Lo sconforto di Pannella: è regime. Aspettiamoci un periodo terribile

Pannella è presto. “La notte dei referendum non si dorme o quasi. La notte del divorzio la passai in bianco, in giro per Roma

 Pannella è presto. “La notte dei referendum non si dorme o quasi. La notte del divorzio la passai in bianco, in giro per Roma”. Cappuccino e scheda. “Casa e bottega. Il seggio è qui sotto”. All’alba Marco Pannella è combattivo ma di cattivo umore. Non può dirlo, però fin da ora gli è chiaro che non c’è speranza. “Alla terza volta hanno vinto loro. E’ la rivincita degli sconfitti del ’74 e dell’81, del divorzio e dell’aborto. Ci aspetta un periodo terribile. Controriformista, controconciliare. Un regime vero. Altro che Berlusconi”.

6,45, a casa
Da quarant’anni Pannella abita in una mansarda a Fontana di Trevi. In un’unica sala ci sono la cucina, le poltrone, il tavolo sommerso di carte e libri. Manca più di un’ora all’apertura dei seggi. Primo sms, entusiasta “A Pistoia sta per piovere!”. Pannella ha un sorriso triste. Ce l’ha come sempre, con il papa e i (post) comunisti. “Nel ’71 Berlinguer mi disse che temeva di vincere. Infatti preferì perdere le elezioni anticipate, che portarono al governo Andreotti-Malagodi, piuttosto che vincere il referendum”. I DS stavolta erano con lei. “Ma all’inizio non c’hanno creduto; altrimenti avrebbero raccolto le firme in due giorni. Hanno avuto paura di rompere con i cattolici, come sempre. Non solo,. Si è sbagliata campagna. Tutti a disquisire sulla personalità giuridica dell’embrione. O a denunciare il trucchetto dell’astensione. No. D’Alema e Fassino potevano salvarci se avessero fatto politica. Bisognava ricreare ilcclima del ’74, dell’81: SI contro NO, clericalismo contro laicità. Dovevamo presentare il voto come lo scontro decisivo, la terza grande prova. Gli altri l’hanno fatto. Noi no. E ne paghiamo il prezzo”.

8, al seggio
“Nel ’74 il quartiere era un paese. Solo nel mio vicolo c’erano quattro macellerie, l’ultima ha chiuso l’anno scorso. Anche la pescheria non c’è più”, Ci sono i popolani. “Mo’ ce levano pure l’abborto”, cerca sostegno la netturbina in bicicletta. Il vicino di casa è già al seggio, “se no poi chi lo sente a quello”. I carabinieri lo salutano militarmente: “Lei è un personaggio storico”. “Sì, so mejo der Colosseo”. L’operaio che asfalta il pavé di via in Arcione: “Te vedo sempre alla tivvù”. “Guarda che mi confondi con bertinotti”. Doppiopetto blu, camicia di jeans fuori dai pantaloni, scarpe molto consumate. E’ presto, non lo fanno entrare. Poi non lo fanno votare: ha dimenticato la tessera, deve tornare a casa a prenderla. In dieci minuti ci sono già due casi contestati: una ragazza non figura negli elenchi, un italiano all’estero che ha sempre votato qui scopre che stavolta non può. Pannella ne parlerà per tutto il giorno. Ma la testa è altrove: “L’esito di questo referendum può essere devastante. Bisogna correre subito ai ripari. Venerdì convochiamo l’Assemblea dei Mille. Qualcosa come gli Amici del Mondo. Apre Michele Ainis, che denuncia come sia stata calpestata la legalità, dai morti nelle liste ai 25mila parroci militarizzati. Spero di convincere Biadio De Giovanni ed Eugenio Scalari; in questi giorni l’ho ritrovato, sta scrivendo cose ottime, possiamo ricomporre una frattura lunga decenni. Un nemico storico come Passigli è con noi. E pure Margotta Broglio, il vero autore del Concordato di Bettino. Dobbiamo studiare nuove forme di lotta. Cappato propone la disobbedienza civile: centri in cui l’esame reimpianto si faccia lo stesso, e gratis. Sempre più rifiuteranno di versare l’8 per mille alla Chiesa. Dobbiamo chiedere di ridiscutere il Concordato. Tra poco al partito c’è una riunione, ne parliamo”.

11,15, al partito.
Via di Torre Argentina: Ernesto Rossi al confino, Enzo Tortora in manette, Antonio Russo disperso in Kosovo e ammazzato in Cecenia, i volti smagriti dai digiuni di Adele Faccio e di Adelaide Aglietta. Da qualche parte ci dev’essere anche una foto di Rutelli, “l’ex Rutelli” lo chiama la Bonino. Pannella: “Se ami una persona, la lasci libera. A Francesco l’avevo detto dieci anni prima, che avrebbe lasciato la nostra famiglia., Lui, ipersensibile com’è, lo considerò un anatema. Era una previsione, e prevedere è un modo per scongiurare. Invece. Non lo ricordo appassionato di religiosità. Ma lo capisco. I radicani non mangiano, non devono; vengono arrestati, non vengono eletti. Se a uno interessa la politica, il mestiere, il successo, va altrove”. Berlusconi? “Non ha cultura liberale. La sua è la libertà d’impresa, non la libertà politica”. Prodi? “E’ speculare a Berlusconi: l’uno perbene, l’altro permale, ma il risultato non cambia”.

L’umofre al partito è ben diverso da quello della mansarda. La Bonino: “Qualcosa mi dice che ce la possiamo fare. Ha votato pure mia sorella…A Trastevere abito tra due chiese, ma ieri dal verduraio sentivo la gente e ne avvertivo la saturazione”. Pannella: “A Emma, semo romani. Vedono te e dicono: a bbella! Poi vedono il parroco e si genuflettono”. Capezzone: “I sondaggi sono quelli dell’altro giorno: Pagnoncelli dice il 54 per cento, poi abbiamo un 50, un 41 e un 38. Ottimi i quotidiani di oggi, bene “Libero”, peccato “Il Giornale”. Male RAI2, Ferrario ha dato un film su un ginecologo pazzo che impianta embrioni e uccide le donne. Gli ho telefonato ma non si fa trovare”. Stanzani: “C’è un parroco che minaccia la scomunica per chi vota. Lo denunciamo?”. Rovasio: “Se si vince dove si fa la festa?”. Pannella: “Ma quale festa!”. Maureddu, dell’associazione difesa dell’esperanto: “Possiamo finire come il mille di Garibaldi”. Pannella: “O come i trecento di Pisacane”. Un po’ tutti: “Bravissima la Prestigiacomo – che Pannella chiama Mastrogiacomo – bravissimo Fassino”. Pannella, a riunione sciolta: “E’ vero, Piero si è impegnato molto. Ma la strategia era sbagliata. Il tema è statao sminuzzato, Troppa scienza, troppi lamenti sull’astensione. Si doveva proprio puntare scuotere quel 30 per cento di indifferenti”.

15, in sedia a rotelle.
Pannella e la Bonino accompagnano a votare Piergiorgio Welby, malato di sclerosi multipla degenerativa. Quartiere don Bosco, “zona militarizzata dai salesiani”, dice Marco. I carabinieri sorridono: “Il seggio in effetti è vuoto, il servizio d’ordine servirebbe in chiesa, stamattina era strapiena”. Davanti alla scuola Italo Svevo ci sono sei scalini, la sedia a rotelle è issata di peso. I primi dati sull’affluenza sono pessimi. A Orvieto Luca Coscioni ha votato due ore prima con l’aiuto della moglie; fino a un mese fa muoveva ancora un dito, adesso per comunicare fissa le lettere appese al muro. Pannella: “Alla festa del ’74, una piazza Navona piena di bandiere rosse, dissi che prima di tutti dovevo ringraziare i cattolici della DC e del MSI che avevano votato in gran parte per noi. Erano i giorni in cui Baget-Bozzo benediva l’amore dei radicali per i malati, carcerati, diversi; in cui Pisolini scriveva che non avevamo paura degli angoli bui delle meretrici, dei fascisti. Stavolta no: hanno vinto i preti. Noi non siamo contro la Chiesa. Ci poniamo le stesse domande, anche se diamo risposte opposte. Siamo figli di don Romolo Murri, dei modernisti. Nei giorni del conclave andavo a piazza San Pietro con un cartello che invocava Giovanni XXIV o Francesco I. Ci hanno dato Ratzinger, e ho sperato che il carisma lo trasformasse. Non è accaduto. Il papa è espressione massima di un blocco di potere mai così forte. E il suo destino è quello del Tartufo che innalza la mano destra verso il cielo dell’assoluto e abbassa la sinistra ad accarezzare cosce muliebri, o virili, non importa”. Pannella, la denunceranno. “Bisognerebbe denunciare Ruini. Attentato ai diritti politici. C’è una legge del 1957, rafforzata per volontà della chiesa in vista del referendum sul divorzio, che punisce chi invita all’astensione. Da oggi non ci sarà a Berlino un solo giudice disposto ad applicarla. Lo Stato di diritto è in ginocchio. Anzi, sotto i piedi”.

18,45, alla radio.
Non declama, non tuona, non alza neppure la voce Pannella, mentre sale nel palazzo accanto alla stazione Termini dove passerà la serata, alternando i colloqui con il direttore Massimo Bordin alla consultazione dei dati al computer (“Ad Ancona forse il quorum c’è…”). “Fini ha fatto miracoli. I laici di Forza Italia qualche voto l’hanno portato. Ma a sinistra non c’è stata una vera mobilitazione. Vasco Rossi ha dedicato al SI un concerto da centomila spettatori e nessuno l’ha intervistato, neppure il “TG3”, neppure Floris – che Pannella chiama Flores -. Il risultato è un’atmosfera da fine Anni Venti. L’Italia torna a essere un paese singolare, come all’avvento del fascismo. Questo referendum passerà alla storia come un censimento, una conta, pro o contro l’inizio di un regime totalitario. Per questo sarà bello dire: io votai, noi votammo. A differenza del referendum sul divorzio…”. Qui Bordin lo interrompe: tra poco comincia la diretta; e poi: “A Marco, la differenza vera è che so’ passati trent’anni”.