L’Italia della provetta: la radiografia del ministero

Antonella Mariani
Nessun centro per la procreazione medicalmente assistita in Umbria e in Valle d’Aosta, affollamento di strutture in Lombardia e Lazio: è la fotografia dell’Italia della provetta che emerge dalla Relazione del ministro della Salute sullo stato d’attuazione della legge 40, presentata al Parlamento il 30 giugno scorso. Il dato più rilevante è un aumento del numero dei centri attivi: dall’entrata in vigore della normativa sulla procreazione assistita, nel febbraio 2004, hanno aperto i battenti 13 nuove strutture (il 4 per cento in più), portando il totale a 327. Lo squilibrio territoriale è piuttosto pronunciato: se alcune aree del Nord sono ben servite, ci sono regioni in cui l’assistenza alle coppie infertili non è capillare, come la Liguria (7 centri), le Marche (4), il Trentino (5) l’Abruzzo (8), il Molise (1), la Basilicata (2) e la Sardegna (7). Dei 327 centri censiti dall’istituto superiore di sanità, un terzo è di primo livello, pratica cioè solo l’inseminazione. Le restanti 221 strutture sono di secondo e terzo livello, cioè praticano le tecniche maggiori di fecondazione extracorporea, come la Gift, la Fivet e la Icsi. Il settore pubblico rappresenta il 38 per cento del totale (124 centri), il settore privato il 60 per cento (195) mentre il 2 per cento (6) sono strutture private convenzionate. La Relazione del ministro continua poi occupandosi esclusivamente dei 221 centri di secondo e terzo livello, di cui 131 privati, 83 pubblici e 7 privati convenzionati. La Lombardia e il Lazio sono le regioni più affollate, rispettivamente con 33 e 32 strutture, che coprono il 30 per cento del totale italiano. Molto diseguale territorialmente anche il rapporto tra pubblico e privato: al Nord è paritario (50 per cento i centri pubblici, altrettanti quelli privati), mentre al Sud e al Centro il settore privato sfiora il 70 per cento del totale. Interessanti i dati della relazione che riguardano le tecniche di crioconservazione, che per forza di cose riguardano solo i 221 centri di secondo e terzo livello. Meno della meta (101 centri, pari al 46 per cento) ha dichiarato di aver svolto finora attivita di crioconservazione degli embrioni, mentre il 36 per cento (80 centri) hanno dichiarato di averla effettuata o di volerla effettuare in futuro. Con una precisazione: prima della legge 40 la crioconservazione era sempre possibile. Oggi invece la legge 40 obbliga tutti i centri a dotarsi ditale tecnologia ma solo per far fronte ai motivi gravi di salute che potrebbero temporaneamente impedire il trasferimento degli embrioni prodotti nell’utero materno (articolo 14, comma 3). Un dato curioso riguarda la distribuzione territoriale: in Lombardia, cioè la regione con più centri in Italia, solo il 27 per cento congelava gli embrione, mentre in Toscana questa percentuale saliva sino all’82 per cento. Quanto al congelamento degli ovociti, che oggi rappresenta una valida alternativa a quello degli embrioni, la Relazione del ministro mette in luce gravi ritardi: questa attivita è svolta o è in procinto di essere attuata solo dal 36 per cento delle strutture su scala nazionale. Il congelamento, sia degli ovociti sia degli embrioni, è leggermente più praticato nei centri privati che in quelli pubblici. Oltre all’analisi dei dati raccolti un anno dopo l’approvazione della legge 40, la Relazione firmata dal ministro Francesco Storace esamina anche i provvedimenti emanati in adempimento alla normativa: si parte dal decreto del 21 luglio 2004, che ha dettato le Linee guide riguardo tra l’altro al consenso informato e l’accertamento dei requisiti della coppia e alla sperimentazione sugli embrioni. Il 4 agosto 2004 fu pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che regolamenta la crioconservazione degli embrioni prodotti prima della legge 40 e istituisce la Biobanca Nazionale all’Ospedale Maggiore di Milano, dove dovranno confluire gli embrioni in stato di abbandono che giacciono nei vari centri di procreazione assistita. Qualche cenno anche ai finanziamenti: nel 2004 sono stati trasferiti alle Regioni e alle Province autonome 6,8 milioni di euro, che alimentano il Fondo per le tecniche di procreazione medicalmente assistita. Non solo: nell’anno finanziario 2004, recita la Relazione, nello stato di previsione del ministero della Salute sono stati istituiti nuovi capitoli di bilancio: 500 mila euro per studi e ricerche contro la sterilità e l’infertilità, di cui 400 mila assegnati all’Ospedale Maggiore di Milano per la Biobanca e i restanti 100 mila girati all’Istituto superiore di sanità, in parte per effettuare il censimento degli embrioni Nessun centro per la procreazione assistita in Umbria e in Valle d’Aosta, affollamento in Lombardia e in Lazio, nascita di 13 nuove strutture in un anno: sono alcuni dei dati che emergono dalla Relazione del ministero della Salute sullo stato d’attuazione della legge 40, presentata al Parlamento lo scorso 30 giugno crioconservati. Allo stesso Istituto sono stati trasferiti altri 500 mila euro per la ricerca sulle cause della sterilità e ulteriori 155 mila euro per creare il Registro nazionale dei centri di Pma autorizzati. Infine, l’ultima nuova voce in bilancio riguarda 100 mila euro da utilizzarsi per una campagna di comunicazione e prevenzione dei fenomeni della sterilità e dell’infertilità.