Lettera di Carlo Troilo – Repubblica, 2 dicembre 2010

Caro Augias, Mario Monicelli ha scelto la stessa morte che mio fratello Michele, malato terminale, scelse nel 2004: un salto nel vuoto. Dopo pochi mesi “scoprii” e inviai a diversi giornali i dati dell’ISTAT da cui risulta che ogni anno mille malati terminali, non potendo ottenere l’eutanasia come mio fratello avrebbe voluto, trovano nel suicidio la loro “uscita di sicurezza”. Un numero pari a quello delle “morti bianche”, che suscitano il nostro giusto sdegno. Scrissi allora: «Caro Michele, mi vergogno di vivere nel paese che ti ha costretto a questo. Ammiro il tuo coraggio e so che lo hai fatto anche per alleviare la pena di chi ti voleva bene, per altruismo, per dignità e per pudore. Rendo pubblico il tuo gesto per dargli anche valore di battaglia civile, credo ti farebbe piacere sapere che è servito a smuovere qualche coscienza». Basterà la tragica fine di Monicelli a smuovere la coscienza dei nostri politici, di maggioranza e di opposizione, spingendoli ad affrontare il tabù di quella che Welby definì “una morte opportuna?”.

Carlo Troilo, troilo.carlo@tiscali.it

 

 

Ho ricevuto numerose lettere dello stesso tenore. Tra le tante ho scelto (scusandomi con gli altri) quella di Giulio Corsi (giu.karsch@hotmail.it) studente ventunenne. Mi sembra bella, e poi m’ha stupito, essendo di mezzo secolo più anziano, la straordinaria coincidenza di pensieri. Buon segno poter comunicare tra generazioni lontane. Scrive Corsi: «L’episodio mi ha toccato così in profondità che ho provato ad immedesimarmi in quell’uomo, ho provato a sentirlo dentro, mentre decide che è ora di farla finita; provo a immaginarlo mentre, solo, si alza dal suo lettino, avanza debolmente verso il balcone, fa il salto nel vuoto, buio. Penso a quando l’hanno trovato e hanno capito chi era. Non nasce in me alcuna voglia di giudicare, alcuna tristezza, alcun senso di peccato. Al contrario, un sentimento di profondo rispetto, vedo un’immensa dignità, un grande coraggio, molta autenticità. A me ha comunicato la stessa dignità in misura grande; non l’avevo mai provata, o quantomeno mai sperimentata in riferimento a fatti e persone accaduti o vissuti nel mio tempo. Il paragone non regge, lo so, ma mi è venuto in mente Catone Uticense, che alla tirannia preferì la morte. Il suicidio quale atto estremo di libertà e dignità; un tema che aveva colpito anche Dante il quale lo mise a guardia del Purgatorio, parlandone, da cristiano, in termini di grande rispetto». Anch’io ho pensato che Monicelli meritava di morire come un filosofo greco, come un romano antico, scivolando via dalla vita, dopo un ultimo guizzo d’ironia, sotto un cielo benigno e divinità disposte a capire che ci sono dolori, invalidità che si leniscono solo con l’umana misericordia.

 

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