Premessa: la malattia parodontale non colpisce soltanto i tessuti preziosi che sostengono la nostra dentatura. Erode anche la Sanità. Perché l’infiammazione cronica che “mangia” le gengive e intacca l’osso sottostante, se non curata, alla lunga ci costringe a dire bye-bye al dente. Con tutti i costi sociali che ne conseguono. Intervenire si può, certo: a seconda della situazione, sarà possibile effettuare una tempia chirurgica rigenerativa, che cerca di recuperare in tutto o in parte il tessuto distrutto dalla malattia, o un intervento “resettivo”, che tende a eliminare radicalmente gli scollamenti gengivali e i difetti presenti. Talora, però, la malattia parodontale (la famigerata piorrea) è così aggressiva che i trattamenti disponibili a fatica riescono a tamponare e il riassorbimento dell’osso. E allora il futuro si chiama ingegneria tissutale, quel fronte della ricerca biomedica che sfrutta tecniche e biomateriali per rigenerare il tessuto leso. Che sfrutta, in due parole soltanto, “cellule staminali”. Una frontiera terapeutica che sta oggi coinvolgendo in team la Clinica odontoiatrica dell’Ospedale San Gerardo di Monza, il Dipartimento di Neuroscienze e tecnologie biomediche dell’università di Milano-Bicocca e il Laboratorio interdipartimentale di terapia cellulare e genica Stefano Verri del San Gerardo. Tutti insieme appassionatamente per “giungere a sviluppare una nuova metodica (oggetto di brevetto internazionale) capace di fornire i “mattoni” più appropriati nella ricostruzione delle ossa mascellare e mandibolare”, ci spiega il professor Marco Baldoni, direttore della Clinica odontoiatrica monzese. I ricercatori lombardi hanno messo a punto tanto di protocollo clinico, che a brevissimo s’appresta a essere varato sull’uomo. Insomma, una risposta tutta italiana a un dilemma che affligge non poco l’Italia: infatti secondo l’OMS, l’Qrganizzazione Mondiale della Sanità, il 60 per cento della nostra popolazione è affetta da varie forme di malattia parodontale.
Nella genesi della quale, lo ricordiamo, la perfida e assoluta causa è la placca batterica, che, se non rimossa con oculate e costanti manovre di spazzolamento, si accumula e “avanza” come una marea erosiva I batteri che pascolano allegramente in corrispondenza del solco gengivale finiscono per scatenare un’infiammazione dei tessuti tutt’attorno al dente. Una reazione distruttiva. Che causa lo scollamento della gengiva e la perdita dell’osso alla radice del dente. Sessanta italiani su cento, dicevamo, si ritrovano alle prese con simili guai, ma la percentuale che l’erosione ossea che bussa alla porta dell’odontoiatria è assai inferiore. Ecco, in sintesi, le mosse dell’intervento riparatore orchestrato dall’«ingegneria tissutale nell’osso». «Dal paziente stesso preleviamo innanzitutto un certo quantitativo di cellule staminali ( chiamate mechensimali): sono elementi, come si usa dire, “multipotenti”, in grado di rigenerare un numero limitato tessuto e cellule.Le estraiamo dall’anca della persona (in anestesia locale), ovvero dal midollo osseo qui contenuto, continua Marco Baldoni.
«E visto che il materiale biologico di partenza sono le staminali dell’ individuo medesimo, è ovvio che ogni rischio di rigetto futuro viene automaticamente annullato». «Pescate» dal midollo, le cellule vengono quindi spedite alla «Cell Factory», che provvede a coltivarle e a moltiplicarle in laboratorio per ottenerne un numero consistente. E a questo punto entra in scena lo scaffold. Che cos’è? Un sostegno. Un’impalcatura. Un materiale naturale su cui pilotare la crescita e la metamorfosi delle cellule staminali. Già, metamorfosi, perché questi elementi devono compiere una missione precisa e possibile: tramutarsi in osso. «Uno dei supporti più usati è il collagene, sostanza naturalissima, visto che entra nella composizione dei principali tessuti connettivi, dalla pelle ai tendini. La chirurgia per arginare i guai all’osso causati dalla malattia parodontale si sta sempre più orientando verso le manipolazioni cellulari e la mini-invasività, dunque. «Proprio così. Ma abbiamo una convinzione in più: questa nostra procedura», commenta il professor Baldoni, «non soltanto si presta a sanare le patologie che interessano il massiccio osseo della faccia, ma potrebbe un giorno rivelarsi utile anche in ortopedia, per rimodellare, per esempio, le ossa degli arti inferiori danneggiate da un trauma o da una formazione tumorale. Stiamo attendendo gli ultimi “sì” dell’Istituto superiore della sanità. E poi crediamo che la guerra alla “piorrea” potrà contare su un nuovo alleato».