Marco Travaglio ha commentato (II Fatto, 2 dicembre) il suicidio assistito di Lucio Magri a partire dai "soli punti di vista che ci accomunano tutti" (logico, giuridico, deontologico e pratico) per concludere che saremmo "tutti matti" (cioè fuori dalla realtà) se accettassimo tale pratica. Posso capire il suo personale sconcerto emotivo, ma perché la conclusione valga per tutti il ragionamento proposto deve essere corretto.
Per Travaglio "dal punto di vista logico, non si scappa: chi sostiene il diritto al ‘suicidio assistito’ afferma che ciascuno di noi è il solo padrone della sua vita… ma proprio per questo chi vuole sopprimere la ‘sua’ vita deve farlo da solo; se ne incarica un altro, la vita non è più sua, ma di quell’altro. Dunque, se vuole farla finita, deve pensarci da sé" e non chiedere aiuto.
Ma Travaglio direbbe anche che chi è padrone dei suoi soldi dovrebbe tenerli sempre con sé, perché se li mette in banca non sono più suoi? O che il cittadino non deve mai cedere la sovranità politica, perché se delega un rappresentante la perde? La dilagante corruzione politica e finanziaria può anche supportare la tesi di Travaglio, ma dal punto di vista logico l’inferenza non vale.
Non considero il richiamo all’art. 575 c.p. perché, dal punto di vista giuridico, il problema non è la presenza del divieto, ma sapere se esso sia giusto. Ed è banale dire che lo è perché se si ammette "una qualche eccezione, si sa dove si inizia e non si sa dove si finisce".
Dal punto di vista deontologico a Travaglio basta il giuramento d’Ippocrate che, però, è più una sorta di vecchio totem cui molti ancora si inchinano per noblesse oblige, che un punto davvero unificante. Lo stesso Travaglio dà una precisa indicazione per rifiutarlo quando osserva che "non si può chiedere a un medico di togliere la vita al suo paziente" perché il Giuramento impone il "dovere professionale di salvarla sempre e dovunque". Se così fosse, allora andrebbero radiati dalla professione medici come Mario Riccio e Amato De Monte o infermieri come Cinzia Gori che non hanno salvato "sempre e dovunque".
Se Travaglio conviene che quelli citati (e altri come loro) sono invece bravi operatori sanitari, allora in certe circostanze è lecito (o anche doveroso) spegnere la macchina o sospendere la terapia e lasciare morire. Ma se è lecito lasciar morire per evitare che il paziente soffra, perché, per lo stesso scopo e a parità di condizioni, non dovrebbe essere lecito anche l’intervento che aiuta a morire?
Per Travaglio, dal punto di vista pratico, ci sarebbero "infiniti impedimenti" contro il suicidio assistito. Ma questi sono gli stessi che già ora si presentano per la sospensione delle terapie: anche per queste si può dire che un parente avido potrebbe richiederle per ereditare prima; o che non vanno mai sospese perché "quasi nessuna patologia, grazie ai progressi… è di per sé irreversibile". Eppure, come siamo riusciti a regolare l’assistenza alla sospensione delle terapie, così si può pensare di regolare anche l’assistenza al suicidio.
La vera ragione che porta Travaglio a essere contro la morte volontaria è che per lui "il numero dei suicidi è indice dell’infelicità, non della ‘libertà’ di un Paese". Ma questa tesi valutativa vale sempre e per tutti? Non può darsi che per alcuni si dia un’infelicità strutturale e ineliminabile a prescindere da malattia, solitudine, difficoltà economiche o di altro tipo? Bisogna lasciare che costoro pongano fine da soli alla propria infelicità intrinseca? La moralità non ci chiede di ascoltare anche la loro richiesta e di prestare loro aiuto? Se l’infelicità che muove al suicidio dipendesse solo e sempre da difficoltà contingenti, non sarebbe più facilmente rimovibile prevedendo assistenza?
Per esempio, nel 2008 in Italia sono stati (ufficialmente) accertati 3459 suicidi: è proprio sicuro Travaglio che sia giusto lasciare che facciano tutto da soli? Che si buttino dalle torri o sotto i treni choccando o anche mettendo in pericolo altri? Sono tutti sempre e solo dei "matti" o dei "depressi"? L’infelicità psicologica non è altrettanto seria di quella organica e meritevole di altrettanto rispetto? Non è forse solo un tabù religioso quello che ci porta a precludere l’aiuto a morire?
Non posso rispondere qui a queste domande, ma sono pronto a farlo. Una parola ancora vorrei dire sulla morte volontaria di Lucio Magri, che non ho conosciuto: non diciamo che la sua scelta è dipesa dal fallimento politico unita alla depressione. Sarebbe killeraggio vero e proprio, togliendogli la possibilità di un ultimo messaggio. Diciamo invece che, forse, è stato uomo all’avanguardia e che, almeno in questo, ci ha indicato la via.
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