Le moratorie che vorrei. Le solutidini al nostro “interno”

di Maria Antonietta Farina Coscioni

Se dovessi e volessi dare un titolo all’intervento che sto per fare, sceglierei: "Sulla pelle delle donne", sulla pelle dei malati.Mi riferisco evidentemente, ma non solo, all’offensiva che ha scatenato Giuliano Ferrara con la sua "trovata" della moratoria sull’aborto.Mi sembra che sia in corso una gara a chi si addentra in questioni filosofiche che – al di là delle volontà singole – finiscono con il risultare fuorvianti. E condivido la scelta di Gianfranco Spadaccia di non aver comprato "Il Foglio".

L’aborto, piaccia o no, riguarda la vita quotidiana così come tanti altri aspetti su cui possiamo essere o no d’accordo, ma che comunque continueranno ad esistere, in quanto insite nel libero arbitrio dell’individuo stesso. Allora trovo un po’ triste che in questi primi giorni del 2008 ci si trovi a dover puntualizzare che l’aborto riguarda la vita di una donna costretta a dover fare i conti con una gravidanza non desiderata e che non ha potuto o saputo evitare, utilizzando altri metodi che – giova ricordarlo – vengono condannati e demonizzati proprio da coloro che si ergono a difesa della vita. Credo che come radicali, dobbiamo dare una doppia risposta all’offensiva degli atei devoti alla Ferrara:

– da una parte recuperare la storica battaglia radicale da sempre: più pillola, meno aborto; più contraccezione, meno aborto;

– dall’altra lottare per ottenere una seria informazione sulla pillola del giorno dopo, sulla RU486.Ci sono voluti anni e non è finita, ma anche in Italia bisogna che questi strumenti sostituiscano l’aborto chirurgico. Questo per quanto riguarda la stretta attualità di questi giorni. Perché – e qui riprendo il titolo "sulla pelle delle donne" , "sulla pelle dei malati"- il discorso è anche più generale: Luca, Piergiorgio, tutti noi, se dovessi riassumere, abbiamo sempre cercato di contrapporre un nostro programma di "valori", etico se volessimo usare tale aggettivo, una sorta di cultura (sulla propria pelle, sul proprio corpo) del coraggio e della consapevolezza, a quella del dolore così diffusa in Italia.

Non è per esempio un caso che da noi vi siano perplessità sulle tecniche del parto indolore che sono invece diffusissime in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Se ci sono obiezioni di carattere scientifico, benissimo, confrontiamoci su queste; ma basta con i fondamentalismi del tipo "partorirai con dolore". Diversi sono i progetti di legge insabbiati ed il ministro della Salute Livia Turco, molto prodiga in dichiarazioni, quanto a fatti concreti, lascia a desiderare… Si prenda una questione su cui si dicono, a parole, tutti d’accordo, quella delle terapie anti-dolore: un problema che riguarda tutti, dal momento che coinvolge direttamente la vita e la sofferenza di migliaia di persone, almeno 300mila ogni anno.

Il nostro Paese, con la Grecia, è l’ultimo in Europa per quanto riguarda l’utilizzo di farmaci morfino-simili; ed è addirittura quarto ultimo, nel mondo: appena 150 prescrizioni mediche giornaliere per milione di abitanti. Peggio di noi solo Ecuador, Cina, Bolivia e Algeria.

"E’ un provvedimento dovuto ed atteso che, andando incontro alle esigenze legittime di tanti malati, facilita il lavoro dei medici modificando le modalità per la compilazione della ricetta e uniformando la prescrizione dei farmaci per il dolore a quella di un normale medicinale non sottoposto alle norme sugli stupefacenti", ha scritto il senatore Ignazio Marino.

Anche se questo provvedimento è in discussione in Parlamento, il suo cammino è irto di ostacoli. In Senato, viene lasciato solo Ignazio Marino; soli vengono lasciati i non molti laici del centro-destra,soli vengono lasciati i radicali, l’associazione Luca Coscioni; soli, soprattutto sono lasciati i malati: che se ne vanno, "evadono" come possono e sanno. Persone, intelligenze, sensibilità, che giustamente non vogliono e non possono più aspettare i tempi assurdi ed esasperatamente lenti della politica. "Evadono" – c’è un elemento in comune – come decine di detenuti ogni anno: costretti a vivere in celle che spesso sono tuguri, in condizioni avvilenti e degradanti; e con un lenzuolo annodato intorno al collo, un gas inodore, una iniezione di stupefacente più forte del solito, si procurano da soli quella "amnistia" che la politica ha negato.

 

Al fianco dei malati, come al fianco dei "malati della giustizia", ci sono i radicali e pochi altri. Si dà evidentemente per scontato che dietro certe battaglie, certe mobilitazioni, ci sia qualcuno come i radicali a farle; e dunque gli "altri" si possono anche permettere di stare a guardare, indifferenti o impegnati in altro. Finora è stato così, ma non è detto che così sia sempre. Come radicali, evidentemente, cercheremo di garantire lo stesso impegno, la stessa cura, come abbiamo finora fatto. Ma anche noi, come i malati, siamo soli; aiutarci significa aiutarsi;e iscriversi è il primo passo soprattutto per aiutare la politica di "Palazzo" che non ha saputo e voluto, dare finora risposte soddisfacenti. Questa è la motivazione per trovare la forza di continuare ad agitare e imporre questi temi all’agenda del paese. E ancora qui penso alla difficile questione dell’assistenza ai malati terminali e all’autodeterminazione nelle scelte delle terapie. Penso al fatto che esistono strutture dove i pazienti nelle ultime fasi della loro vita sono assistiti da una medicina umanitaria, che si basa sulla riduzione del dolore, 120 strutture appena, e solo 17 nel centro-sud.

Una moratoria su questo, sì che la vorrei. Vorrei una moratoria sul fatto che su 1066 ospedali più di 500 sono stati costruiti prima del 1940. Vorrei una moratoria su una concezione priva di misericordia che vuole che il nucleo della società si fondi e si difenda limitando la libertà altrui, e proibendo forme alternative di convivenza. E qui credo che noi abbiamo il diritto di chiedere e sapere: Veltroni che va a dialogare con Ferrara, immagino sui temi dell’agenda Bagnasco-Ruini, quando si tratta di una questione cruciale, come la possibilità o meno di sospendere le terapie ad un paziente che le ritiene sproporzionate e per le quali in piena coscienza, di ritirare il proprio consenso – le richieste di Welby, per intenderci – che risposta da? Sono interrogativi che poniamo noi, ma che pone anche Ignazio Marino e buona parte del "popolo" di centro-sinistra e di centro-destra.

 

E mi chiedo se non sia arrivato il momento di cominciare a tracciare un bilancio di quel che ha fatto, ma soprattutto non ha fatto il ministro Turco. Sulle questioni, sui temi cui ho fatto cenno non ci sono – quando ci sono – che brandelli insoddisfacenti, di conoscenza e di informazione. Leggevo non ricordo più se su "Panorama" o su "L’Espresso", i risultati di un’inchiesta dove si ricavava che la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze hanno rapporti sessuali senza cautele. A parte le gravidanze non desiderate, è un modo per favorire e alimentare la diffusione dell’AIDS e di altre malattie. Un rapporto dell’ONU di qualche mese fa dice che l’AIDS, anche se non se ne parla più, continua a cancellare ogni giorno l’equivalente di una città di 5700 abitanti dalla faccia della terra. Nel solo 2007, più di due milioni di persone sono state stroncate dall’AIDS e oltre due milioni e mezzo (6800 al giorno) sono state infettate.

Una strage di cui non si parla come quelle in Sudan o in Darfour, provocate da fame, malattia, malnutrizione. E le prime vittime sono donne e bambini. Marco Pannella e altri dirigenti radicali in questi giorni hanno potuto parlare e comunicare in alcune trasmissioni televisive; ma è come una goccia nel mare: preziosa, ma minima se teniamo conto del più generale contesto, costituito da una sistematica, programmatica confisca di dati di conoscenza e di elementi che ci consentirebbero di formarci un’opinione. E qui si arriva ai punti del documento votato dalle direzioni congiunte di Radicali Italiani e associazione Luca Coscioni, con le quattro richieste che sapete. Questi quattro punti devono diventare oggetto della nostra iniziativa politica. Si tratta di questioni che non possiamo e dobbiamo eludere. Concludo con una riflessione, con una domanda: esistono "solitudini" al nostro interno che non vengono rivelate? Che non vengono condivise? Potremmo trarre dalla loro manifestazione forza. Non so se dipenda dalla difficoltà a manifestarle, o non si usa l’adeguato strumento per segnalarle…e non parlo della "solitudine" di Silvio Viale che di solitudine non soffre; anzi a lui dico che Noi non possiamo creare l’evento intorno a "Lui", piuttosto crei lui l’iniziativa intorno a noi, qui è la differenza per scongiurare non la sua ma la nostra solitudine, anche delle 3 donne o quante siamo… E’ il "principio" che chiediamo a tutti i soggetti dell’area radicale e in questo caso attribuendo al termine soggetto anche la soggettività dell’esperienza di ciascuno di noi, come singoli, per una soggettività comune. Come luogo di riflessione, crescita collettiva, e da queste continuare a farne azione politica e divenire strumento politico.