Le due Chiese al funerale di Andreatta

La Chiesa oggi egemone nella cultura e nelle istituzioni ecclesiastiche, di Wojtyla e di Ratzinger, di Ruini, Bertone e Bagnasco, la Chiesa che ha appena richiamato i politici cattolici all’obbedienza e che a Bologna ha uno dei suoi prìncipi, il cardinale Carlo Caffarra. E il mondo cattolico che alle gerarchie riconosce il primato della dottrina e della tradizione, ma coltiva nella vita pubblica sensibilità diverse e rivendica l’autonomia della politica. Non casualmente, due sono state le omelie per Nino Andreatta.
La prima, l’introduzione alla messa che Caffarra (impegnato a Roma con la Cei) ha affidato al vescovo ausiliare Ernesto Vecchi, parla di bioetica e insiste sul lungo sonno di Andreatta in ospedale e sul valore morale della scelta della famiglia; «una lezione esemplare, che ci ha insegnato, sul campo dell’esperienza consumata e contro il benpensare corrente, che la vita è sempre e comunque degna di essere vissuta, anche nelle condizioni più estreme di precarietà; e che pure un solo palpito o respiro, fosse pure inconsapevole, solo che lo accogliamo come un dono è sempre fonte di serenità e di cristiana speranza».

La seconda omelia – quella vera e propria – è del porporato più vicino ai familiari, che è anche il simbolo del cattolicesimo conciliare e montiniano, il cardinale Achille Silvestrini. Anche lui affronta i sette anni di silenzio di Andreatta, scegliendo però un altro approccio, rimarcando «l’amore costante e paziente del coniuge e dei figli». Ma al centro della sua omelia c’è la figura pubblica dell’ex ministro. Silvestrini cita tre antecedenti: Aldo Moro, indicato come il demiurgo del suo percorso politico; Giorgio La Pira e la «Chiesa della povera gente»; Giuseppe Dossetti e la vocazione ad «applicare criteri teologici alla politica, fidando in Dio prima che negli uomini, nella grazia prima che nelle opere», però badando a separare le due sfere; a «evitare, come diceva Nino, la sacrilega intenzione di coinvolgere Dio nelle proprie scelte, e l’opportunismo che pure caratterizza numerosi cristiani».
Silvestrini ha cioè espresso dall’altare concetti analoghi a quelli che don Gianni Baget Bozzo ha scritto ieri sul Foglio ; capovolgendo però il giudizio di valore. Entrambi gli uomini di Chiesa avanzano le stesse osservazioni sul rapporto tra fede e politica; ma ciò che per l’uno è luce per l’altro è ombra. Sospeso, ma implicito, anche l’opposto giudizio sulla fine della Dc e sulla stagione del berlusconismo.

Di Forza Italia non è venuto nessuno, almeno di livello nazionale. Gustavo Selva, cattolico di An. Pier Ferdinando Casini era nel terzo banco, più indietro Guazzaloca. Diessini: Fassino, Visco, Cofferati nel primo banco con fascia tricolore. D’Alema e Rutelli, fianco a fianco nel secondo banco. Subito dietro, Amato. Padoa-Schioppa, con gli occhi rossi. Ma la grande maggioranza dei politici erano uomini della sinistra democristiana. A cominciare da Arturo Parisi, cui è affidato il ministero che nel primo governo Prodi era di Andreatta, la Difesa, ed è andato a prendere il suo maestro nella camera ardente allestita nella caserma sui viali, per poi accompagnarlo in San Domenico. Romano Prodi, sua moglie Flavia, anche lei allieva di Andreatta, suo fratello Paolo. A Enrico Letta, commosso, la famiglia ha affidato la prima lettura, dal libro di Isaia («siate coraggiosi…»). Emilio Colombo, doroteo che oggi sostiene il governo. Gli ultimi tre segretari del Partito popolare: Gerardo Bianco, Marini ora presidente del Senato, Castagnetti. Il sottosegretario Naccarato, anche in rappresentanza di Cossiga. Leopoldo Elia, curvo e lucidissimo. Rosy Bindi. Il ministro dell’Agricoltura De Castro e il garante per la privacy Pizzetti. Pinza, Soro, Bodrato, Mattarella.

Nell’altra fila di banchi, la famiglia – a ciglio asciutto «come avrebbe voluto papà» – e gli amici più stretti. La signora Giana segue la liturgia accanto a Tomaso, il primogenito (impressionante la somiglianza con il padre), ed esce sottobraccio a Filippo, che del padre ha gli occhi. Si tengono sottobraccio le due figlie Erica ed Eleonora, che il padre chiamava Tinny come la principessa indiana. Giovanni Bazoli è con i figli e il genero Gregorio Gitti. Altri eredi di Andreatta: economisti dell’università, del Mulino, dell’Arel, di Prometeia. Molti soldati, e molti preti, a ricordare che la Chiesa, per quanto oggi appaia politicamente divisa, è in realtà una sola, e nella basilica che custodisce l’arca di San Domenico si è riunita dietro la bara di Andreatta. Silvestrini l’ha potuto definire «grande fratello» senza che nessuno facesse riferimenti letterari o televisivi. Ha anche detto che «pare quasi di sentirlo, il germogliare dei semi di giustizia che Nino ha seminato». Il professor Martinelli, il rianimatore del Sant’Orsola che accanto ai familiari ha vegliato il sonno di Andreatta, dice in due parole cos’è accaduto: «Nessun accanimento terapeutico; nessun abbandono». Solo «l’abbandono in Dio», ha detto Silvestrini