L’assurda censura anti-staminali

Cattaneo, Cerbai, Garagna

Alcuni mesi fa abbiamo intrapreso un’azione legale nei confronti del governo a tutela della libertà di ricerca. II ministero della Salute, infatti, ha emesso un bando per il finanziamento con fondi pubblici di progetti dedicati allo studio della biologia e del potenziale applicativo delle cellule staminali, «ad esclusione delle cellule staminali embrionali umane».

Restrizione comparsa dal nulla, che sembra non essere stata richiesta da nessuno (come evidenziato dai verbali), ma pesante, escludendo una ricerca, quella sulle staminali embrionali umane, che in Italia è legale. Lo scorso luglio, il Tar del Lazio aveva respinto la nostra richiesta di provvedimenti d`urgenza: non sarebbero i singoli ricercatori, ma le «istituzioni» (dalle università agli ospedali) ad essere i titolari del diritto di ricorrere contro eventuali illegalità contenute in quel bando per i fondi alla ricerca. Da questo, secondo noi, si manifesterebbe un vulnus logico-legale. Non esisterebbe infatti alcun margine di «autotutela della libertà del ricercatore-scienziato», il quale sarebbe alla mercé di ogni genere di condizionamento politico-amministrativo o subordinato al pensiero del proprio direttore scientifico o rettore. In altre parole, alla luce della sentenza, la libertà/diritto di ricerca (legale) che la Costituzione riconosce come diritto individuale all`articolo 33, in Italia sarebbe, se non scomparsa, sicuramente «sotto tutela».

La nostra posizione, supportata da illustri pareri legali, è diversa. Da qui, un ulteriore ricorso, stavolta al Consiglio di Stato, che il 2 dicembre si è pronunciato ancora con esito sfavorevole, ritenendo dubbia la sussistenza della nostra legittimazione al ricorso, in quanto «in difetto di formazione e presentazione di un progetto di ricerca e della domanda di partecipazione (ancorché destinata all` esclusione)». Non saremmo legittimate a ricorrere contro un bando che, ufficialmente, ci esclude, perché non possiamo dimostrare, ufficialmente, di avere partecipato al bando. Un pronunciamento a dir poco incredibile, anche da un punto di vista logico. Del resto, che fossimo pronte a partecipare (con la rimozione del divieto) è noto dal fatto che almeno una di noi ha formato, preparato e sottomesso al ministero un progetto di ricerca completo («ancorché destinato all`esclusione» – causa divieto) che includeva le staminali embrionali umane. A ulteriore riprova dell`incomprensione che sottostà al pronunciamento del Consiglio di Stato c`è una lettura, a nostro avviso miope, delle motivazioni che ci hanno portato al ricorso. Il nostro appello a togliere dal bando in questione il «divieto» di finanziare una ricerca legale non va confuso come invece si evince dalla sentenza – con un invito a «vincolare» il governo a finanziare questa ricerca: richiesta da parte nostra mai ipotizzata.

La Corte indica anche che «rientra nella discrezionalità del bando (e quindi del ministero che l`ha emesso) la scelta dei tipi di ricerca finanziabili». Che un governo possa e debba stabilire, «in positivo», di destinare i fondi a settori della ricerca che ritiene strategici e consentiti dalla legge (ed assumersene le responsabilità di fronte all`opinione pubblica) è un principio universalmente riconosciuto. Infatti la nostra critica è su un altro piano. Noi riteniamo che un ministero non abbia il diritto (né le competenze) per «vietare» di finanziare una «strategia/strumento di ricerca» assoluta- mente pertinente (oltre che legale) e afferente allo stesso ambito individuato dal governo come «strategico e quindi da finanziare». Oppure, per, farlo, deve disporre di «precisi pareri tecnico-scientifici» che motivino tali scelte. In palese assenza di ciò si sconfina nell`arbitrio, che contrasta con il dovere della politica di lavorare (con i fondi pubblici) solo per il beneficio del cittadino. In ultima analisi ciò che è stato fatto, escludere a priori una ricerca legale e scientificamente inerente al tema del bando, è un atto di «censura ideologico-politica» mascherata – a tutto danno di un uso corretto dei fondi pubblici. Dobbiamo riconoscere che a ciò non eravamo preparate: questi argomenti e queste barriere non sono patrimonio della scienza e dell`etica del ricercatore. Se questo passasse sotto silenzio, sarebbe un grave precedente, che legittimerebbe anche i futuri governi ad utilizzare qualunque «trucchetto», pur di penalizzare arbitrariamente quei settori di ricerca «non ideologicamente graditi» alla maggioranza di turno. Noi non lo accettiamo.

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