The Lancet, l’autorevole rivista medica anglosassone, nell’ultimo numero pubblica l’articolo di due ricercatori australiani secondo i quali le 95mila religiose cattoliche dovrebbero assumere la pillola anticoncezionale per prevenire il rischio di cancro al seno, alle ovarie e all’utero. A chiederlo sono Kara Britt, dell’università di Monash e Roger Short dell’università di Melbourne. La notizia è stata rilanciata dalla Reuters e dal quotidiano spagnolo ABC
I due ricercatori ricordano che già nel 1731 il medico italiano Bernadino Ramazzini, fece notare la maggiore incidenza del cancro al seno tra le monache. Ad aumentare questa probabilità, secondo le ricerche citate nell’articolo di The Lancet, ci sarebbe il maggior numero di cicli mestruali rispetto a quelli avuti dalle donne che hanno portato a termine delle gravidanze e poi hanno allattato i loro figli. Qualsiasi fattore che aumenti il numero totale di cicli, come ad esempio l’essere entrati nella pubertà prima dell’età considerata abituale, o il ritardo nell’arrivo della menopausa rappresenta un aumento del rischio. Mentre lo stesso rischio risulta diminuito dall’aver avuto figli, dall’averli partoriti in giovane età, l’averne più d’uno e averli allattati.
I due professori australiani affermano che l’assunzione della pillola anticoncezionale diminuisce del 12 per cento il rischio di cancro rispetto a chi non l’ha usata. Ma ricordano anche che la stessa pillola non è affatto senza inconvenienti, dato che aumenta il rischio di trombosi. In ogni caso, propongono alle suore di assumere la pillola come profilassi anti-cancro.
Gli autori dell’articolo su The Lancet ricordano che la Chiesa cattolica «condanna ogni forma di contraccezione, seguendo le indicazioni contenute nell’enciclica Humanae vitae di Paolo VI», ma anche che la stessa enciclica accetta i mezzi terapeutici che hanno un effetto contraccettivo se sono necessari per curare una malattia. «Se la Chiesa cattolica permettesse il libero uso della pillola anticoncezionale alle suore, si ridurrebbe il rischio» che queste possano contrarre il cancro.
L’apertura di un dibattito interno alla Chiesa cattolica sull’uso della pillola anticoncezionale si aprì proprio in relazione al caso di alcune suore, nel 1961, quando venne presa in considerazione la possibilità di somministrarla preventivamente alle religiose in Congo, per prevenire gli effetti dei frequenti stupri da parte degli indigeni. Si parlò allora di «pillola congolese». Negli anni successivi, il teologo Pietro Palazzini, poi cardinale, diede un parere favorevole all’uso del contraccettivo in questa circostanza. Nel 1996 era stato il teologo spagnolo Gonzalo Miranda (oggi decano della facoltà di bioetica del Pontificio ateneo Regina Apostolorum) a proporre la pillola per le donne affette da gravi handicap mentali: era fresco di cronaca il caso della donna americana in coma irreversibile che aveva partorito un figlio dopo la violenza subita da un infermiere. Padre Miranda, riferendosi anche alle suore che avevano subito violenza in Bosnia, osservava: «Qualora vi sia un rischio grave e imminente di violenza è lecito somministrare la pillola alle donne con handicap mentali, così come è lecito che la prendano le suore che si trovano in zone a rischio».
Nell’articolo dei due ricercatori di The Lancet, si tratta di un caso diverso: la pillola non avrebbe comunque l’intento di evitare gravidanze indesiderate, ma soltanto quello di abbassare la soglia di rischio di contrarre il cancro in persone in una determinata fascia d’età. Se dal punto di vista della teologia morale non sembrano esserci problemi, resta da vedere quanto sia accertato il beneficio anche in relazione agli altri rischi che derivano dall’assunzione del farmaco.