La volontà del malato, limite invalicabile

di Corrado Augias

Caro Augias, anche mia madre è morta a causa della terribile malattia Sla. Con mio padre e le mie sorelle abbiamo vissuto con amorevole partecipazione la progressiva perdita delle funzioni vitali, dalle prime difficoltà al penoso scivolamento degli oggetti dalla mano, ai problemi di deglutizione, alla fame d’aria, alla necessità di darle ossigeno nella tenebrosa fase finale. Mia madre è stata aiutata dalla nostra presenza e da quella della sue straordinarie amiche, ma anche dalla sua incrollabile fede. Ha affrontato la sfida con una dignità ed una forza d’animo che le permetteva di consolare noi che pensavamo invece di sollevare lei. Anche quando crediamo che tutto sia privo di significato, ci diceva lei, ecco che affrontare il frangente più angosciante non ripiegati su se stessi, ma offrendo il proprio dolore come momento di condivisione di quello universale, può aiutare a sentirsi consapevoli di aver combattuto la propria battaglia nel modo migliore. Avremmo probabilmente accettato da lei qualsiasi decisione, ma ci ha inorgogliti vedere che la vita abbandonava lei, ma lei invece non voleva abbandonarla, vivendola fino all’ultimo istante con dedizione e con amore.

Pier Giorgio Avvisati

 

Questa lettera è analoga a quella pubblicata due giorni fa nella quale anche il signor Francesco Beretta esponeva il caso di cure prodigate asti a moglie Laura malata di Sla. Sabato scorso, per contro, in un’altra lettera, una figlia raccontava come sua madre Livia, affetta dalla stessa Sclerosi Laterale Amiotrofica, abbia resistito quanto ha potuto al peggioramento delle sue condizioni mentre « tutte le funzioni fisiche rallentano, creando innumerevoli difficoltà a compiere gli atti più scontati della vita, fino ad arrivare al suo ultimo anno, il 2007, dove decide di liberarsi del suo corpo, ormai diventato una prigione, prima di raggiungere l’inabilità totale e di perdere quindi ogni dignità». Aggiungeva la nostra lettrice: « Il suo desiderio era l’eutanasia, potersi abbandonare ad un sonno profondo, assistita da un medico e dame, sua figlia, nella tranquillità della sua casa, in tutta legalità. Ma questo non era possibile, non in Italia». Poi una sera la signora ha ingoiato un flacone intero di un potente sonnifero, mescolato a qualche cucchiaio di Martini (probabilmente per potenziarne l’effetto) e si è sdraiata composta sul suo letto, infilandosi un sacchetto in testa, chiuso con il suo foulard. «La sua ossigenazione era già scarsa, si è addormentata per sempre». Casi opposti dunque, da una parte un’eroica resistenza al male; dall’altra un’altrettanto eroica decisione di andarsene prima d’aver perso l’ultimo brandello di umana dignità. Non ci sono valutazioni morali, si tratta di decisioni, nobili entrambe, prese sulla base della individuale capacità di resistenza e della insopprimibile libertà (diritto) di scegliere il modo della propria morte. Chi assiste deve solo aiutare il malato a fare meglio che può ciò che preferisce. E che, in un caso o nell’altro, se ne vada in pace.