[inline:1]ROMA – In una frase c’è tutto: «La tolleranza che ammette Dio come opinione privata ma gli rifiuta il dominio pubblico, la realtà del mondo e la nostra vita, non è tolleranza ma ipocrisia» (BenedettoXVI, 2 ottobre 2005). Sulla base di questo programma, la Chiesa di Roma sta vivendo una seconda giovinezza che evoca negli italiani più anziani immagini anni Sessanta: politici in doppiopetto, questori con la brillantina, tutti in un rapporto stretto e affettuoso con vescovi e cardinali.
Il primo segno del pontificato di Ratzinger, sotto questo aspetto, è stata la partecipazione attiva, condotta dal presidente della Cei, Camillo Ruini, al referendum sulle staminali e sulla fecondazione assistita. Celebrato come una vittoria della Chiesa, per la prima volta astensionista, anche se l’esito era forse scontato, Una discesa in campo legittima?
Secondo Nicola Fiorita, docente di diritto pubblico all’Università di Firenze,«sono interventi che si possono definire discutibili, perfino invadenti, ma l’argomento secondo cui la Chiesa non dovrebbe esprimersi su questi temi, perché violerebbe l’articolo 7 della Costituzione o il Concordato, mi pare debole. Mette in discussione la libertà di espressione e può rivelarsi pericoloso». La questione, infatti, è un’altra. Ed è quella di chi l’influenza la subisce. Clamorosa, in questo senso, la scomparsa in Parlamento dell’ipotes Pacs al solo levarsi della voce di Camillo Ruini. E a questa influenza il centrosinistra non si mostra affatto indenne. Per Ruini i Pacs sono un «piccolo matrimonio», come tale inaccettabile. E il Palazzo obbedisce. Più di recente, la voce della Curia si è levata a vietare di votare chi abbia sostenuto o sostenga la legge 194 sull’aborto. Una materia in cui l’influenza della Chiesa sullo Stato italiano è evidente. Intanto, l’aborto farmaceutico (la pillola RU-486) e attualmente fuori legge (salvo la sperimentazione a Torino, dove il ministro Storace è comunque intervenuto) solo in Italia e in Irlanda. Un caso? Secondo Ruini si tratta di «un infanticidio mal celato». E le donne che interrompono la gravidanza devono soffrire, non possono cavarsela con una pillola. Altre interferenze, più antiche, pesano sempre più su questo tema. Per esempio, l’obiezione di coscienza sull’aborto, che è cresciuta in modo allarmante, mettendo in pericolo l’applicazione della legge in alcune regioni italiane E che si è estesa, senza troppa legittimità ai farmacisti e ai pronto soccorsi sulla prescrizione della cosidetta «pillola del giorno dopo» che, a differenza della RU-486, interviene per evitare la gravidanza e non per interromperla. Dice Carlo Bastianelli, ginecologo al Policlinico di Roma: «Tutti sanno che l’obiezione e davvero di coscienza in una minima parte dei casi. Ormai è un mezzo per evitare la seccatura dì operazioni poco gratificanti per le carriere o per non perdere dieci minuti in una prescrizione. Per di più, osserva il professor Francesco Onida, docente di diritto ecclesiastico a Firenze, mentre per l’obiezione al militare si prevede un servizio alternativo, e più lungo, per quella dell’interruzione di gravidanza l’esigenza del singolo, in opposizione a una legge dello Stato, non è gravata da alcun obbligo. E vale la pena di ricordare come il Parlamento, trasversalmente, bocciando la riduzione dei tempi del divorzio, dopo l’«ordine» arrivato dal Vaticano (che intanto sta facilitando gli annullamenti della Sacra Rota). Saremmo ancora nelle questioni morali. Ma il nuovo corso interventista deve aver preso la mano a qualcuno, quando l’Avvenire, giornale dei vescovi, è arrivato ad difendere il governatore Fazio. Fervente cattolico, pupillo di Ruini. Una questione di fede? lì Palazzo, comunque, sostanzialmente ha ubbidito.