La morte di Luca Coscioni, dirigente radicale, ha suscitato emozione e apprezzamenti postumi che non si spiegano solo col senso di colpa che tutti i presunti sani, dentro di sé, provano verso i malati. C’è di più. C’è l’ammirazione verso un uomo che ha portato alla luce la propria esistenza malata, quando più frequentemente essa viene consumata nell’ombra, e soprattutto l’ha resa oggetto di battaglia politica e civile. Tutto ciò che la politica abitualmente rimuove e lascia alla dimensione privata – l’universo del male e del dolore – è stato proiettato dentro al conflitto della politica. Con ciò creando una tensione permanente di cui di solito ai radicali si dà gran colpa, perché è sempre arduo per un avversario, per chi la pensa diversamente, muoversi fra la pietas e la necessità della polemica e dello scontro. Luca C o s c i o n i più volte, nella sua seconda vita, ha innescato e poi ha subìto questa tensione. Mai la politica s’è fatta soggiogare dalla pietas, come è giusto e come lui stesso chiedeva, sicché il politico Coscioni ha conosciuto le sconfitte al pari dei suoi compagni: non è entrato nel Comitato nazionale di bioetica, ha perso le elezioni del 2001, ha visto respinte dal centrosinistra le liste in suo nome nel 2005. Il destino è stato maligno, nel sottrargli la soddisfazione come uomo e politico di avere il 9 aprile la rivincita che sicuramente si sarebbe presa, e che meritava. C’è un’altra e più grande rivincita che occorre riconoscere a Coscioni, adesso, e che sarebbe importante non fosse affidata solo alla sua Rosa nel pugno. L’Italia è tra i paesi dove la scienza è più negletta, buona solo per onorare avi illustri o qualche episodico premio Nobel. È un ritardo antico, dell’Italietta ginnasiale, che s’è trascinato nel terzo millennio schiaffandoci alla retroguardia mondiale se non come capacità, certo come politiche pubbliche. Ecco, anche chi ha sconfitto nell’agone politico Luca Coscioni, l’estremismo dei radicali e il loro referendum del 2005, se governerà avrà l’occasione per confermare che non c’era oscurantismo nelle sue ragioni. Per esempio lanciando da subito, con adeguati finanziamenti, un grande programma di ricerca sulle cellule staminali di origine fetale, postnatale e adulta, senza porre limiti pregiudiziali alle frontiere che si potranno raggiungere. Ne parlò Rutelli un paio di mesi fa, poi il tema si è inabissato ma soprattutto, temiamo, si è inabissata la speranza dei malati di vedersi riconosciuti come soggetti di diritto. Alcuni di loro nel frattempo sono morti: se è vero che con lo stato attuale della ricerca non si sarebbero potuti salvare, a chi è sopravvissuto occorre almeno restituire dignità, visibilità e speranza. Non per pietà, quella che Coscioni respingeva. Per dovere civile.
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