Da domani al 18 febbraio si terrà a Roma il Congresso Mondiale per la libertà di ricerca.
L’evento è organizzato all’Associazione Luca Coscioni, coadiuvata da un comitato di importanti studiosi italiani. Interverranno ricercatori, filosofi, sociologi e politici di levatura internazionale, i quali si confronteranno sia su temi generali, come i rapporti tra ricerca e società o l’etica nella ricerca scientifica, sia su problemi specifici, come lo studio delle cellule staminali o la produzione di organismi geneticamente modificati.
A prima vista il grande pubblico potrebbe pensare che, almeno in Occidente, la libertà di ricerca sia un diritto fondamentale e che questo tipo di dibattito non rifletta un vero problema. In realtà, il fatto che si sia sentita la necessità di organizzare un congresso su questi temi e, soprattutto, che tanti illustri ricercatori europei e americani abbiano accettato di partecipare è sintomo di una crescente preoccupazione all’interno della comunità scientifica internazionale. In effetti negli ultimi anni si sono verificati casi sempre più numerosi di «interferenza» della politica e dell’ideologia sulla conduzione della ricerca. Naturalmente, è del tutto legittimo che la società civile, in quanto principale committente e fruitore, voglia esercitare qualche forma di influenza sui temi di studio, sulle priorità, sulle procedure e sui prodotti finali. Ed è anche vero che non sempre i ricercatori riescono a comunicare in maniera adeguata con la società, creando eccessive speranze (con terapie ipoteticamente miracolose) o timori esagerati (conme gli Ogm o il nucleare). Tuttavia, sono ben evidenti diversi casi di intrusione della società civile nella ricerca, condotti con mezzi e obiettivi che colpiscono i cardini stessi del pensiero scientifico che sta alla base della nostra civiltà.
Un esempio semplice ma chiarificatore è il tentativo di equiparare il creazionismo all’evoluzione darwiniana, disconoscendo l’autorevolezza di una teoria costruita attraverso metodi e procedure condivisi dalla comunità degli scienziati. Lo stesso accade quando si cerca di dare una veste scientifica ad argomenti non scientificamente provati o, addirittura, riferibili alla pura coscienza
personale, come quando si vuole dimostrare l’«umanità» di un embrione o la migliore efficacia terapeutica di un tipo di cellula staminale rispetto a un altro. Sebbene si tratti ancora di casi limitati, è particolarmente preoccupante che i governi, a volte sotto l’influenza di potenti gruppi di pressione di varia estrazione politico-religiosa, agiscano in maniera contraria all’opinione della stragrande maggioranza della comunità scientifica. Le conseguenze di un tale comportamento possono essere disastrose: è come
se il governo decidesse di entrare in una guerra mondiale nonostante il parere contrario dei vertici militari.
E’ quindi essenziale tenere vivo il dibattito sulle ragioni della ricerca e sulla necessità di garantire la libertà di scelta dei ricercatori,
pur riconoscendo la necessità di un confronto etico e politico. L’iniziativa dell’Associazione Luca Coscioni, su temi come la libertà della carriera scientifica, le pressioni delle lobby industriali, la privatizzazione della ricerca, il ruolo dei comitati etici, la controversia sulla pillola abortiva, è particolarmente attuale e merita attenzione. Senza il giusto sostegno sociale la scienza, che è lo strumento per costruire il progresso, non ha ragione di essere.
Ferdinando Rossi
Università di Torino