La questione è tabù solo per i politici e non va relegata nella clandestinità

A chi in queste ore chiede commenti e prese di posizione, Piero Welby risponde che ha già detto quello che voleva dire. La sua richiesta è l’eutanasia. Nel cercare, ciascuno, una risposta, siamo felici di constatare che la durissima semplicità delle sue parole e la attenta lettera del presidente Napolitano hanno liberato un dibattito che sembrava condannato a essere più clandestino della stessa eutanasia.

Come Paolo Franchi ha ricordato su queste pagine, temevamo che anche per Welby, come per Luca Coscioni, l’alimento vitale della conoscenza arrivasse al Paese dopo la sua morte. Con l’eccezione di pochi, impegnati a disinnescare sotto spoglie di “caso umano” il “caso politico” del radicale Welby, la conoscenza è invece stata resa possibile, tanto che Piero è ora come travolto dal fiume di parole che si è levato attorno a sé. E’ giusto chiedersi se la politica sarà all’altezza di un tema tanto difficile che riguarda decisioni drammaticamente personali, tragicamente intime. Sono stati già molti, con l’eleganza di un Francesco Merlo o con i toni più apodittici dei vari Marini, Rutelli, Alemanno e Cossiga, a intimare la necessaria distanza della politica dalla questione eutanasia.

Le argomentazioni che sembrano volte a sottrarre i corpi agonizzanti dalle risse partitiche sono d’istinto positivamente recepite da una mente liberale. Se colte distrattamente, hanno un sapore persino “libertario”, nel contrapporre la complessità della persona sofferente alla freddezza dello Stato e delle leggi. Ma è un inganno. Oggi, in Italia, una legge sull’eutanasia è già in vigore: quella sull’omicidio volontario. E’ la legge che si applicherebbe ad esempio a chi decidesse di aiutare Welby a realizzare ciò che vuole. La minaccia di condanna per omicidio volontario relega nella clandestinità l’eutanasia, e pende come una scure su chi, per le ragioni più nobili o più abiette, la applica. Viene in mente l’efficacissimo slogan del boicottaggio referendario sulla legge 40, quando il fronte clericale intimava alla gente:«Sulla vita non si vota!>>.

Così si nascondeva il fatto che una legge era già stata votata dai partiti, che già si applicava sulla pelle di coppie infertili, di malati, di medici e ricercatori, e persino di embrioni destinati alla spazzatura. Anche sull’eutanasia, c’è una legge che, proibendo tutto, non regola nulla. Da questa semplice constatazione deve partire il dibattito che tutti (o quasi) vogliono «serio», «pacato», «informato» ,«non ideologico». Ma quali sarebbero le ideologie che si confrontano? Welby,e con lui i radica li, non hanno un’ideologia da offrire, perchè nessuno teorizza la necessità di garantire la liberalizzazione assoluta dell’eutanasia, fuori da ogni regola, da ogni controllo volto a impedire gli abusi e le violenze di chi vorrebbe far passare sotto il capitolo eutanasia la soppressione di persone delle quali ci si vuole liberare. Qualsiasi legge dovrà invece fare tesoro delle esperienze internazionali che già ci sono, valutando pragmaticamente i risultati.

L’unica ideologia in campo è quella di chi – Vaticano in testa – pretende di assolutizzare “la vita”, sottraendola ad ogni valutazione che riguardi la sfera della libertà e della volontà. La “vita”, così “sacralizzata”, è in realtà ridotta a questione meramente materiale e biologica, senza che ci siano alternative all’utilizzo di ogni tecnologia possibile per prolungarla, a qualsiasi condizione. Per fortuna, all’atto pratico una tale concezione incontra ostacoli insormontabili, e si registrano aperture importanti, sull’accanimento terapeutico, sulla terapia del dolore, sul testamento biologico. Su tutti questi fronti, ogni avanzamento nel senso di una maggiore libertà e responsabilità di scelta è benvenuto. Non importa se per alcuni si tratterà di capitoli aperti solo per non pronunciare quella parola che il presidente Marini non trova «nel suo vocabolario», a patto di comprendere la portata di ogni provvedimento; ad esempio di comprendere che Welby non chiede di poter scrivere un testamento biologico, ma di poter ottenere l’eutanasia.

Quello che importa davvero più di ogni altra cosa, e che l’opinione pubblica non sia estromessa dal confronto istituzionale, come troppe volte accaduto sulle grandi questioni sociali del nostro tempo. I sondaggi pubblicati in questi giorni dai quotidiani sono convergenti, quantomeno nell’indicare che la parola «eutanasia» è un tabù soltanto per il ceto politico. Franchi ha scritto: «sulle questioni serie, un Paese serio si divide». Il ministro Livia Turco ha detto di non volere referendum che contrapponga “eutanasia sì” contro “eutanasia no”. Ma la vera alternativa non è questa. Oggi la scelta e tra «eutanasia clandestina» ed «eutanasia regolamentata». Credo che il radicale Piero Welby, grazie alla capacità di ascolto e alla sensibilità istituzionale del presidente Napolitano, abbia trovato un Paese pronto a scegliere.

Segretario dell’Associazione “Luca Coscioni” eurodeputato radicale