La politica nel cuore come voleva Luca

di Paola D’Amico

Maria Antonetta Farina, moglie di Luca Coscioni, racconta i perché della sua candidatura nella Rosa nel Pugno

MILANO -Tre anni fa mi sono ammalato ed è come se fossi morto. Il deserto è entrato dentro di me. Il mio cuore si è fatto sabbia e credevo che il mio viaggio fosse finito-. Così scriveva nel suo diario testimonianza “Il maratoneta. Da caso pietoso a caso pericoloso, storia di una battaglia di libertà”. Il suo viaggio, in realtà, è cominciato con la malattia. Dal 2000, dai giorni in cui legò il proprio nome all’iniziativa politica radicale, il suo nome è diventato il simbolo silenzioso di chi in Italia ha creduto di lottare per la libertà di ricerca. Ed è la giovane moglie Maria Antonietta Farina, 36 anni, che ora l’ha sostituito in questa difficile staffetta. Il 19 febbraio, poche ore prima che Luca si spegnesse, il Comitato straordinario dei radicali l’aveva indicato come capo-lista alla Camera. Maria Antonietta scenderà in campo al suo posto. Il 19 marzo, a un mese dalla sua morte, correrà in una maratonina che la Rosa nel Pugno organizza e che attraverserà tutta Milano. Ci racconta gli ultimi giorni, le ultime ore con Luca? -La malattia in questi anni è sempre progredita. Il rischio, però, era che i livelli di anidride carbonica aumentassero nel sangue. Che gli mancasse l’ossigeno. E c’era una sola possibilità per protrarre la sua esistenza in vita, sottoporlo a tracheotomia. Ci sono stati momenti di incertezza da parte di Luca. Si tirava indietro quando si parlava di prenotare la Croce Rossa per portano in ospedale, quando si pensava al ricovero. Ogni sera lo guardavo negli occhi, perché il suo no o il suo sì dipendevano dai suoi occhi, cercavo di cogliere al volo qualsiasi cambiamento di decisione-. Lui è stato un sostenitore dell’eutanasia. -E della dignità del morire. Con il videofonino lo riprendevo, per non perdere o non confondere un suo sguardo, neppure per un attimo. Poi ha prevalso il no- Quando? -Il giorno in cui è morto, il 19 febbraio, proprio quando gli avevano comunicato che era capolista-: Cosa ha cambiato la sua voglia di lottare? -Il pensiero fisso di questi pazienti, la paura più grande in questa fase della malattia, è il soffocamento. Ma non è stato così per Luca. Ha detto no alla tracheotomia, è stato semplicemente coerente con il suo pensiero, la dignità del morire. E non è morto cercando aria. L’ho visto inebriarsi, rilassarsi. Gli ho detto ‘Luca dai, solo tu puoi cercare di prendere più ossigeno. Ti prometto che non ti porto in ospedale. Ma non voleva prendere aria a tutti i costi. Si è rilassato, è entrato in uno stato di incoscienza, ha fatto quello che ha elaborato negli anni. E anche prima il suo corpo e il suo viso non erano come quello di altri malati così gravi. Luca era sempre bello, molto bello-. Lo accusarono di farsi strumentalizzare dalla politica e rispose che era lui ad aver strumentalizzato la politica. Lo diranno anche di lei. -Risponderò che c’ero prima, con lui, e ci sono adesso. Prima era un po’ come portare in scena uno spettacolo, lui davanti e io dietro. Ora continuerò con una modalità diversa-. La sua speranza? -Poter continuare a vivere e a far vivere-. Tre ragioni per votarla? -Combattiamo per la speranza, per scelte libere, per i malati e le donne-. Uno slogan di Luca irrinunciabile? -Lui diceva sempre “Non dovete mollare” e poi, “Dal corpo dei malati al cuore della politica”-. Un rimpianto? -Non aver letto sì nei suoi occhi la sera in cui si è spento. Quando gli chiesi come ogni giorno, come ogni ora, “Luca resisti?”, di solito mi rispondeva sì. Quella sera ha detto “Non lo so”. Ecco, forse se avesse detto sì sarebbe cambiato qualcosa, forse nulla…-. Dieci anni accanto a lui immobilizzato, molte rinunce? -Non avrei rinunciato a niente di quello che ho vissuto, le emozioni che ho sentito sulla pelle, sul corpo, sono indimenticabili-.