La politica davanti al dolore

di Miriam Mafai
Esce un volume a più voci sul testamento biologico
Una volta, non molti anni fa dopotutto, una gravidanza poteva aver luogo soltanto dopo un normale rapporto sessuale, tra un uomo e una donna (che fossero sposati o meno non aveva, da questo punto di vista nessuna importanza). Una volta, non molti anni fa dopotutto, la morte veniva accertata, anche da un profano, quando il cuore di un paziente non batteva più. Una volta. I progressi della scienza e le nuove tecnologie hanno introdotto un forte elemento di artificialità nei due momenti più delicati della nostra esistenza, quello della nascita e quello della morte. Non è più necessario un rapporto sessuale per avviare una gravidanza, e la morte non viene più certificata dal venir meno del battito del cuore.

Questo “disordine” ha reso inevitabile il ricorso alla politica, a una serie di interventi legislativi cioè che hanno come oggetto il nostro corpo. Il dolore e la politica è il bel titolo di questo libro che affronta il problema del cosiddetto Testamento biologico con il contributo di esperti e di una ricerca (la prima, a mia conoscenza) sugli orientamenti in materia dei medici, oncologi e anestesisti. (Andrea Boraschi, Luigi Manconi, Il dolore e la politica -Accanimento terapeutico, testamento biologico, libertà di cura- Con testi di Enzo Campelli, Ignazio R. Marino, Stefano Rodotà, Enza Lucia Vaccaio- ed. Bruno Mondatori, pagg. 200, euro 13). Risale al 2001 il primo appello, promosso, in Italia, da personalità del mondo scientifico, politico, culturale che chiedevano fosse varata, anche da noi, una norma a favore della istituzione del cosiddetto “Testamento biologico che riconosce a ognuno di noi il diritto di definire anticipatamente le cure alle quali non intende essere sottoposto a fine vita. La libertà terapeutica, di cui il Testamento biologico è soltanto un aspetto, e uno di quei temi correntemente definiti “eticamente sensibili” e sui quali si sono gia confrontati e sono destinati ancora a confrontarsi il pensiero laico e il pensiero cattolico. Qui ce ne viene offerto un panorama assai ricco, con una particolare attenzione alle posizioni della Chiesa Cattolica, che sulla questione sembra avere una posizione meno rigida di quella che conosciamo sullo statuto dell’embrione. “L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima” detta il Catechismo. E aggiunge “In tal caso si ha rinuncia all’accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità”. Ma non era esattamente questa la condizione in cui si trovava Piergiorgio Welhy, che “avendone la competenza e la capacità chiedeva l’interruzione delle procedure mediche sproporzionate rispetto ai risultati possibili”? Eppure a Piergiorgio Welby, cattolico, è stato rifiutato, senza giustificazione il funerale in Chiesa. Quel caso ha scosso profondamente la nostra pubblica opinione chiamandola ad esprimersi sul diritto del malato, di rifiutare le cure anche quando queste fossero indispensabili per la sua sopravvivenza. E la pubblica opinione ha risposto in modo non equivoco: i dati Eurispes nel Rapporto Italia del 2007 dicono infatti che l’84% degli italiani sono favorevoli ad una legge sul testamento biologico (ci sta lavorando con pazienza e intelligenza la Commissione Sanità del Senato presieduta dal cattolico Ignazio Marino). Qualche sorpresa viene tuttavia dalla indagine condotta lo scorso anno a Roma tra medici ospedalieri pubblicata in appendice. Un’ampia percentuale degli intervistati, infatti, pari al 42%, confessa di avere un basso grado di conoscenza dell’argomento e, nota il ricercatore, “la cosa sorprende in considerazione del fatto che gli intervistati sono stati selezionati tra oncologi e anestesisti, specializzazioni usualmente in contatto con la malattia terminale”. Ma dietro questa dichiarata scarsa conoscenza o scarso interesse per il tema potrebbe esserci altro, una radicata resistenza e preoccupazione anche, ma non solo, di tipo etico o religioso. Lo ammette una parte non irrilevante degli intervistati (per la precisione il 32%) quando spiega che l’eventuale adozione del Testamento biologico rischierebbe di interferire con l’autonomia e il potere del medico, con il rischio di farlo incorrere in una serie di problemi legali. Il 20% degli intervistati teme che l’adozione del Testamento possa esautorare il medico dalle sue funzioni e responsabilità. Il 38% degli intervistati infine pensa che la adozione del Testamento entrerebbe in contrasto con le proprie convinzioni religiose e morali e potrebbe aprire la strada allo scivolamento verso l’eutanasia. Più disponibili nei confronti dell’accettazione del Testamento sono i medici più giovani, meno preoccupati della perdita di autonomia e potere decisionale che in qualche modo ne deriverebbe per la categoria.