La maternità non è un capriccio

Maria Grazia Ligato
Dieci anni di frustrazioni, le cure ormonali, la coppia stressata. Giuliana De Sio ci ha pensato un po’. Poi ha deciso che alla vigilia del voto serve: confessare a Io donna il tormento per un figlio che non c’è stato.

A che età ha cominciato?
“Quando avevo 28 anni”. Giuliana De Sio è nel suo appartamento romano ingombro di affiche e ricordi. Le stanze ruotano a conchiglia intorno al soggiorno centrale, la cucina dalla grande credenza è tappezzata dalle locandine dei suoi film. “Qui si beve solo acqua a temperatura ambiente. Ma posso offrire un cubetto di ghiaccio” dice pestando la vaschetta sul marmo. La casa somiglia a una tana e l’attrice, che torna in Rai dopo 14 anni di assenza, è una gatta acciambellata sul divano. Che mette a nudo il ricordo di una vicenda drammatica, spinta da un desiderio di chiarezza. “Sarò ruvida come dicono, ma amo essere chiara: la legge 40 proprio non mi piace” dice. E aggiunge che la normativa sulla fecondazione assistita è un tentativo di restaurazione clericale. “L’aver provato sulla mia pelle mi permette di avere qualche nozione in più” continua portandoci subito nel vivo della sua maternità mancata. Un racconto destinato a far cadere molti luoghi comuni. Primo tra tra tutti quello che a quarant’anni la maternità sia un capriccio. “Come si permettono? Molte donne hanno storie di maternità a lungo desiderate e infine realizzate grazie a tecniche che ora sono proibite. Persone che hanno affrontato sacrifici enormi. Io non me lo sono ricordato a quarant’anni di voler fare un figlio, ma a ventotto” si infiamma.

Non riusciva a rimanere incinta?
“Riuscivo ma con difficoltà perché ho una tuba chiusa (cosa che si è scoperta tardi) e in questi casi le probabilità diminuiscono. Comunque, sono rimasta incinta tre volte, ma ho sempre perso il bambino al quarto mese dì gravidanza. Quasi una maledizione, all’avvicinarsi del quarto mese ero prostrata e nervosa. E puntualmente abortivo”.

Quanto è durato questo periodo?
“Quasi dieci anni. Poi a trentanove anni è entrato nella mia vita un uomo di cui ero molto innamorata e decidemmo insieme di avere un figlio con l’inseminazione artificiale”.

Ci può raccontare?
“Si comincia con una militarizzazione della coppia: rilevazione della temperatura basale, appuntamenti ineludibili, orari di ovulazione. Ti sottoponi a una cura ormonale da cavallo e a controlli continui per favorire l’ovulazione. Quando sei pronta ti precipiti con il tuo compagno nello studio medico dove il futuro padre ha già depositato lo sperma perché sia potenziato. All’ora X lo sperma mi veniva iniettato e si cominciava a sperare. Se non è militarizzazione questa: posso assicurare che la realtà non è più romantica. E’ un percorso doloroso, impegnativo e chi lo affronta è dominato da un profondo desiderio di avere figli. Cosa che non si può dire di chiunque li abbia.”

Come è andata a finire?
“Niente da fare. Ho ripetuto il ciclo tre volte, ormoni compresi. Finalmente mi hanno fatto l’isteroscopia e si è scoperto che avevo una tuba chiusa. Questo è un caso di malasanità, ma sono cose che succedono a chiunque, anzi forse io son stata trattata meglio di altre donne”.

Quanto è durato questo periodo?
“Un anno e mezzo. Poi sono passata alla fecondazione assistita, cioè l’impianto in utero di ovuli fecondati esternamente. La preparazione ormonale è identica, dura quattro mesi. Ricordo che andavo sui set con le iniezioni e me le facevo sulla pancia. Il problema è che in questo periodo soffri fisicamente, l’organismo è bombardato, le ovulazioni dolorosissime. Perciò mi chiedo per quale motivo vietare la creazione in vitro di più di tre embrioni? Se sono di più e vengono crioconservati, in caso di insuccesso il medico può replicare l’impianto evitando la devastante preparazione ormonale”.

Il primo Impianto è andato male?
“Gli embrioni non hanno attecchito. Avrei potuto fare il secondo perché non c’era la legge 40. Però a una settimana dalla data prevista sono rimasta incinta naturalmente. Avevo il cuore in gola, ero in preda all’emozione, all’ansia, l’angoscia, il desiderio. Ma ho di nuovo perso il bambino al quarto mese. Insomma, non è andata bene. Invece l’amica con cui ho condiviso questa avventura ha avuto fortuna: ora ha una splendida figlia di sette anni”.

Ha vissuto questa esperienza insieme a un’amica?
“Anche insieme a un’amica. Eravamo in cura presso lo stesso centro, ci facevamo coraggio, ci pungevamo insieme. Molte donne incinte condividono l’esperienza. Noi non lo eravamo, ma avremmo voluto esserlo”.

Che cosa ha provato quando la sua amica ce l’ha fatta?
“Tanta gioia per lei. La fine di un’avventura per me. Dopo quest’ultima tragedia, la nostra coppia è scoppiata, non è sopravvissuta”.

Che cos’à per lei la maternità?
“Morire senza figli è un fallimento. Credo che sia la privazione della massima esperienza umana. Voler lasciare qualcosa di sé attraverso un bambino non è una motivazione bassa, ma la vocazione istintiva e inconsapevole di chiunque desideri dare la vita”.

Qual è il limite di tempo massimo?
“A 47 anni è tardi. Ma chi stabilisce i tempi? Ci sono delle ventenni incoscienti che poi abbandonano i figli. Le donne hanno guadagnato tempo di vita: siamo più giovani, moriamo più tardi. Non è un capriccio da quarantenni, di chi dopo la macchina e l’appartamento vuole un figlio-oggetto. Tutte le volte che ho perso un bambino, io che odio la retorica, ho avuto un crollo psicologico. Non crolli per un capriccio”.

Domanda retorica: come voterà?
“Quattro volte Sì”.