Lecco una giovane donna, Eluana Englaro, attende ormai da diciassette anni di venire liberata da una vita che è la caricatura della morte. A Milano e a Catanzaro – due giudici agguerriti (Forleo e De Magistris) subiscono il castigo di un trasferimento d’ufficio per mano del Csm. A Roma il Vaticano si duole per una flessione delle firme sull’8 per mille. In Abruzzo un elettore su due non ha votato alle regionali di dicembre. Che cosa hanno in comune questi diversi avvenimenti?
C’è un’unica pagina sotto le pagine del vecchio calendario, quello che abbiamo sfogliato l’anno scorso? All’apparenza no, sono vicende incomparabili. Ma gratta gratta sì, c’è una sola storia dentro tutte queste storie. Vi si racconta un rifiuto, un’opposizione. Il rifiuto d’esercitare diritti o libertà di cui trabocca il nostro generoso ordinamento. Ma il rifiuto viene rifiutato a propria volta, nel senso che non provoca mai effetti concreti. Sicché la stessa libertà diventa una prigione: ti è permesso entrarci, ti è proibito uscirne. Una libertà coatta, un diritto che si converte in obbligo. Sprezzo dei diritto, da Eluana all’8 per mille Cominciamo da Eluana, sul cui povero corpo si misura ormai il perimetro del diritto alla salute. Fu proprio la Costituzione italiana la prima in Europa a tutelarlo, al di là di qualche cenno conservato nella Carta di Weimar del 1919. Significa cure gratuite agli indigenti, come vuole l’art. 32. Significa perciò libertà effettiva di curarsi.
Ma il rifiuto no: a Eluana – o a chi ne fa le veci – non è concesso, benché lo riconosca una sentenza passata in giudicato. Come non fu concesso a Welby, come non spetterà ai futuri Welby cui il Parlamento nega il sussidio del testamento biologico. Ma se è per questo, nega a noi tutti anche la libertà di rifiutare le terapie ufficiali, per avvalerci di medicine non convenzionali. Serve un bollo, un’autorizzazione. La stessa che ancora fa difetto per mettere in commercio la pillola abortiva Ru486. Aspettiamo, però non c’è da essere troppo fiduciosi. Pare che il Vaticano sia di parere opposto.
E a proposito di Santa Romana Chiesa. Il sostegno al clero è il risvolto attivo della libertà di religione, ne permette in concreto l’esercizio. E a sua volta la libertà di culto ha anticipato la stessa libertà di pensiero, dopo secoli di guerre e persecuzioni religiose nel ventre dell’Europa. Guai a scalfirla, dunque. Però l’appoggio finanziario muove dal consenso, e il consenso non può essere né estorto né presunto. Viceversa l’8 per mille funziona con un marchingegno giuridico che calcola pure la scelta dei contribuenti che non scelgono. Quando la Chiesa si lamenta – com’è appena accaduto – è solo perché le cade di tasca qualche spicciolo.
La torta di un miliardo di euro l’anno resta comunque assicurata. Con sprezzo della logica, oltre che del diritto. Perché la libertà di fede do- vrebbe garantire pure chi non ha fede, così come la libertà d’associarsi comprende giocoforza la libertà di non associarsi. Quella pagina in sospeso nel nostro calendario Ecco, le associazioni. O meglio le lobbies, le correnti, le corporazioni. Nei casi di Forleo e De Magistris si tratta soltanto d’un sospetto, però un doppio sospetto descrive un mezzo fatto. E una coincidenza che la prima non abbia mai militato nei partiti giudiziari? O che il secondo si sia dimesso dall’Associazione nazionale magistrati, denunziando con una lettera di fuoco la deriva correntizia? Peggio per loro, giacché sul loro scalpo tutte le correnti si sono ritrovate – per una volta – unite nella lotta. Peggio per noi, perché in Italia non hai alcuna speranza di vincere un appalto, d’ottenere un avanzamento di carriera, di guadagnare posti o incarichi se non fai parte della cordata giusta. Le associazioni vennero represse durante tutto l’Ottocento, a partire dalla legge Le Chapelier del 1791.
Oggi a quanto pare sono obbligatorie. E l’Abruzzo? C’entra qualcosa il non voto alle ultime elezioni? E non è forse vero che il suffragio universale costò la vita ai nostri nonni? Vero, tant’è che la Costituente eletta a suffragio universale lo ha innalzato a «dovere civico». Tuttavia a questo dovere aggiunse l’obbligazione degli eletti a comportarsi «con disciplina e onore». Se manca la seconda, cade pure il primo. Ma il rifiuto del voto è un’arma sterile, senza munizioni in canna. Eppure in astratto ci sarebbero. Uno su due non vota? Allora dimezziamo i consiglieri regionali, tagliamo a metà i loro poteri, decurtiamogli la paga. Magari la volta prossima si daranno un po’ da fare.
Se c’è questa pagina in sospeso nel nostro calendario. E la libertà di non fare, dopo quella del fare. E ciascuno può aggiungervi a sua volta un rigo: per esempio la libertà di non sposarsi, in una società che tassa a oltranza i single per punirli del loro rifiuto. Se sapremo scriverla, avremo completato la libertà degli individui. Li renderemo autonomi, anziché copie fotostatiche, replicanti d’una folla senza nome.