"Per alcuni il diritto alla vita inizia a tre mesi dal concepimento, per altri a sei, per altri ancora con la nascita o a partire dal secondo anno di vita. Ma se non facciamo cominciare il diritto dell’essere umano a partire dalla sua esistenza fisica, allora lo mettiamo alla mercé di coloro che hanno il potere di definire i criteri. E così facendo la società si trasforma in un closed shop, nel quale non si accede grazie a un diritto acquisito e inconfutabile, ma nel quale si viene cooptati". Così scriveva martedì sulla Frankfurter Allgemeine il filosofo tedesco Robert Spaemann. Il dibattito sullo sfruttamento dell’embrione torna ciclicamente in Germania. La società scientifica denuncia evidenti handicap rispetto a quella internazionale, costretta com’è dalla legge varata il 1° luglio 2002, ad avvalersi di linee di cellule staminali embrionali sempre più vecchie, risalenti al più tardi al 1° gennaio 2002. Il recente intervento da parte della Conferenza della chiesa evangelica che, per bocca del suo presidente Wolfgang Huber, ha escluso una liberalizzazione totale, ma ventilato la possibilità di spostare al 2005 il limite massimo degli embrioni da utilizzare per la ricerca, ha dato nuove speranze agli scienziati. Così come nuove speranze le ha date il ministro per l’Istruzione Annette Schavan dichiaratasi disponibile a rivedere le date. Per Spaemann questo ritoccare passo passo il termine ultimo è un’ambiguità da smascherare. E’ arrivato il momento di assumersi ognuno la responsabilità, senza ricorrere a scappatoie. Secondo il filosofo: "Il limite temporale fissato a suo tempo stabiliva inequivocabilmente che la prospettiva di un successivo ‘sfruttamento’ del feto umano attraverso la sua soppressione, non aveva più alcun ruolo, nemmeno quello di alibi personale". Se ora questo limite viene spostato anche una volta sola – ragiona Spaemann – lo stesso viene a perdere la sua valenza etica, morale. Tanto vale procedere a una totale liberalizzazione.
In questo caso però, bisogna anche ammettere che l’articolo della Costituzione, nel quale si stabilisce il dovere dello stato di tutelare la vita umana a partire dal suo inizio biologico, non ha più alcun valore vincolante. Se però non fossero in tanti disposti a sottoscrivere quest’ultima affermazione allora bisogna riportare il dibattito sul piano della realtà. E realtà vuol dire innanzitutto smettere di propagare possibili risvolti positivi di questo tipo di ricerche: secondo Spaemann non sono per niente dimostrati, a differenza di quelli già ottenuti con lo sfruttamento delle cellule staminali adulte. Annotazione secondaria, però, rispetto a quello che veramente preme a Spaemann: "Se l’uomo nel suo stadio primordiale/embrionale non è un essere umano, e dunque non possiede diritti umani, qual è allora la necessità di giustificarne il ‘consumo’. Soprattutto non vi è alcun bisogno di leggi in proposito. Se invece, come stabilisce la Corte costituzionale, è portatore di un diritto fondamentale alla vita, allora il diritto alla libertà della ricerca non potrà mai e in alcun modo, eliminare i portatori di questo diritto. E chi non ritiene sufficiente l’autorità della Corte costituzionale rifletta sul fatto che proprio il padre del concetto moderno di dignità della persona, Immanuel Kant, asseriva che dobbiamo definire tutto ciò che viene generato dagli uomini, sin dal suo stadio iniziale, persona".