«La flebo ai pazienti è come il biberon dato a un neonato»

Francesco D’Agostino, il presidente del Comitato di bioetica, spiega i motivi a sostegno del documento votato ieri: «Nutrire con la flebo un paziente non più cosciente non è un atto medico», sostiene. «E’ come dare il biberon a un neonato che non può essere allattato dalla mamma o affidarlo alla balia. Un malato in queste condizioni può essere alimentato col sondino anche a casa, dalla famiglia, non c’è bisogno del medico. E poi riflettiamo sul caso Schiavo. La donna è stata lasciata morire di inedia. Non è stato uno staccare la spina. La sua fine è sopraggiunta lentamente, dopo due settimane». Si può ipotizzare lo stop alla nutrizione artificiale solo quando l’organismo della persona in stato vegetativo persistente (un tempo denominato coma vigile) non assorbe più le sostanze che arrivano con i tubi e bisogna intervenire con manovre tecnologiche più invasive. Allora si entra nel campo dell’accanimento terapeutico e, secondo D’Agostino, vale la pena chiedersi che senso abbia andare avanti. «Non abbiamo ottenuto l’unanimità – conclude il filosofo – e lo considero un segnale positivo, di grande vivacità. Era un argomento scottante. Il Cnb lavora bene e seriamente».