La chiesa è liberale, lo stato neosecolarista no

di Giuliano Ferrara
Niente come l’appello all’obiezione di coscienza mette in chiaro le cose. Lo stato secolare tradisce sempre più spesso le premesse del liberalismo e tende a diventare strumento di uniformità coatta, come una volta i principati ecclesiastici e come da sempre le teocrazie islamiche, e i suoi cantori si indignano perché a capo della protesta in nome della libertà di coscienza si mette una comunità, un potere sociale, un’agenzia spirituale che è anche una fabbrica culturale, insomma il popolo cristiano, i suoi pastori, la chiesa (di cui qui non menziono gli attributi carismatici e mistici, perché in questo ragionamento non contano).

La dichiarazione finale della XIII assemblea della Pontificia accademia per la vita, pubblicata il sedici di marzo, è infatti un documento di liberalismo rivoluzionario, esprime attraverso il riferimento al Concilio e in particolare alla Gaudium et spes il rigetto di un’idea di cittadinanza come milizia ideologica al servizio dello stato e della sua eticità neosecolarista. Ai medici, ai giudici, ai politici e ai farmacisti cattolici l’appello libertario dice questo: siate liberi cittadini delle vostre repubbliche, nutrite la vostra coscienza morale, formatevela nel segno della giustizia, della verità e della rettitudine, e poi fatene uso per dire tutti i “no” che dovete dire in relazione al vostro giudizio etico sulle questioni non negoziabili relative al diritto alla vita e alla difesa della dignità della vita. Qui non è una gerarchia che impone comportamenti confessionali alla generalità dei cittadini, qui parla un’altra voce, ed è la voce di una comunità che sfida la gerarchia statuale fattasi legge, e lo fa in nome di qualcosa che sta sopra la legge. Se la libertà è un pezzo della verità, e non solo una procedura relativistica e vuota di contenuto, allora una democrazia deve sopportare che venga esercitata in nome di criteri di coscienza che possono contraddire la norma fissata dalla maggioranza legale. C’è una eco, in queste parole, di quello che John Locke, professore di liberalismo non giacobino, chiamava, e l’espressione non è casuale, l’appello al cielo. E’ l’estrema risorsa della libertà, quell’appello celeste, quando la ricchezza della ragione, che sa riconoscere la natura e perfino il mondo misterioso del sentimento di fede, cede il passo al razionalismo astratto. Quando la democrazia non sa che farsene dell’obiezione di coscienza opposta alle pratiche determinate da una lettura non condivisa delle questioni fondamentali dell’umano, lì scatta una possibilità di rigetto personale, individuale e di gruppo della norma civile (e quest’ultimo è disconosciuto dalla nostra Repubblica). Il documento vaticano, a parte la sua intrinseca serietà e gravità, ci fa capire che la forzatura secolarista, la trasformazione della cittadinanza libera in militanza obbligata e violazione della coscienza dei singoli, interviene come la rottura di un patto, di un contratto, di un sistema dell’obbligo politico che non ha e non può avere una base soltanto positiva. Le costituzioni possono tutto, tranne che giustificarsi da sé. C’è qualcosa oltre le costituzioni che va rispettato, ed è la libertà di pensare e di comportarsi in relazione a ciò che è pensato. La “mobilitazione di tutti coloro che hanno a cuore la vita umana” non è espressione facile, di tutti i giorni. Deriva da una scelta anche dottrinale ma fondata su una cultura e su una fede, e in quanto tale deve essere tutelata, se voglia restare tale, da una sana democrazia laica. Invece vediamo levarsi le lamentele, lo spirito spregiativo, il rigetto di questa libertà specifica e finale dell’individuo e della società, nelle cento prese di posizione che, a macchinetta, ripetono la filastrocca dell’interferenza ecclesiale nella laicità dello stato. Se lo stato non tollera la libertà di coscienza, lo stato si fa intollerante, è lo stato a interferire nelle autonomie sociali, nei comportamenti umani che derivano la loro legittimazione da un obbligo ad esso superiore. Che ci sia qualcosa di superiore allo stato è il principio primo del liberalismo di tutti i tempi, e tocca alla chiesa conciliare e al pensiero cristiano di difenderlo. Eccole, le avventure della differenza e della tolleranza moderne.