Si apre con le parole dell’appello inviato al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il libro di Piergiorgio Welby appena uscito per Rizzoli (“Lasciatemi morire”, 150 pagine, 9 euro). Sessantuno anni (anche se il medico che nel 1963 gli aveva diagnosticato un’incurabile distrofia muscolare aveva sentenziato: “Non supererà i venti”), completamente immobilizzato e in grado di sopravvivere soltanto grazie a un ventilatore polmonare, Welby è oggi la bandiera, anche come copresidente dell’Associazione Luca Coscioni, di chi chiede che in Italia, così come in Svizzera, in Belgio e in Olanda, sia resa possibile l’eutanasia. La “buona morte”, la “morte opportuna” che Welby vorrebbe per sé, e che lui preferisce chiamare “biodignità”, “ecomorire” o “finecosciente”. Perché c’è un gran bisogno, dice, di una scossa semantica che bonifichi quel termine pieno di incrostazioni negative. Per Welby eutanasia significa esclusivamente l’atto praticato da un medico di fiducia (non da un qualsiasi “terzo”: non gli piacciono nemmeno “i volontari negli ospedali svizzeri”) che pone intenzionalmente fine alla vita di una persona che lo richieda.
Non vuole invece chiamare eutanasia quella chiesta per i bambini dai genitori, ammessa in Olanda e caldeggiata in Belgio dai socialisti fiamminghi, mentre in questi giorni si discute di una simile ipotesi per i prematuri disabili in Gran Bretagna. E di eutanasia, precisa ancora Welby, non si deve parlare per lo “sterminio di vecchi, disabili, depressi, malati mentali sofferenti, ma privi della libertà di attuare una scelta consapevole”, anche se in casi come gli ultimi enumerati si è proceduto (per esempio in Svizzera) a più di un “suicidio assistito”. Nel suo libro, che è insieme diario, autobiografia, pamphlet, riflessione letteraria e poetica su quel pensare la morte che è pensare la vita, per usare le parole di Kierkegaard, Welby si dimostra, in realtà, tutt’altro che ridotto a sopravvivente “biologico”. “Ho paura di morire, ho paura di vivere”, scriveva quattro anni fa nel suo diario, convinto che “la morte vince sempre, eppure l’amore sogna di sconfiggerla”. Sarà l’amore disobbediente della moglie che, nel 2002, con lui a un passo dalla fine, lo porterà, contravvenendo a un loro patto, nel reparto rianimazione di un ospedale romano: “A questo punto la decisione ‘criminale’ di una dottoressa mi restituì alla vita… Quale vita?”.
Può sembrare facile o superficiale, dire che la vita alla quale Welby è stato restituito è quella che gli consente, per esempio, di parlare con tanto pathos ai suoi lettori, e di ricevere l’amore dei suoi familiari e l’affetto dei suoi amici. “Il dolore è incomunicabile e incomprensibile”, dice, e qualsiasi parola sembra di troppo, di fronte alla sofferenza che lui denuncia, e alla quale vorrebbe essere sottratto, magari con la macchinetta per inalare monossido di carbonio da 55 euro inventata dall’australiano Philip Nitschke. Ma, tra le tante cose rivelatrici del suo libro, forse la più significativa è proprio il plateale e consapevole spostamento delle sue aspettative dal mondo degli affetti, familiari e amicali, a quello della medicina: non più per curarsi ma per farla finita con la vita. All’antica paura di morire anzitempo, dice Welby, si è sostituito il suo contrario, la capacità della scienza medica di tenere in vita chi altrimenti morirebbe, e “se è la medicina ad aver creato il problema, è doveroso che sia la medicina a preoccuparsi di trovare le soluzioni”.
Ma anticipare la morte è davvero il solo modo per morire “dignitosamente”? Se lo chiede, in un altro libro uscito da poco per Lindau (“Morire a occhi aperti”, 132 pagine, 13 euro) Marie de Hennezel, psicologa francese dalla lunga esperienza di accompagnamento ai morenti. No, è la sua risposta, e per spiegarlo racconta la vita e la “morte consapevole” di Yvan Amar. Anche lui segnato, a ventidue anni, da una diagnosi crudele (asma aggravata da bronchite cronica: una condanna a morte per insufficienza respiratoria), anche lui vissuto più a lungo di ogni previsione. E’ morto a quarantanove anni, e da braccato dalla morte si è trasformato in maestro di vita, seguito da migliaia di persone. Mai ha pensato, attaccato all’ossigeno, totalmente dipendente dagli altri, sofferente per ogni colpo di tosse che gli incrinava le costole, che tutto ciò gli togliesse dignità. Ha atteso la sua ora con fiducia, tra le braccia della moglie, convinto, al contrario di Welby, che “quando c’è l’amore non c’è la morte”. La de Hennezel sottolinea che raramente ci si accorge “dell’inferno che le persone fanno vivere ai loro cari programmando la loro morte. Un sinistro conto alla rovescia, che terrorizza, che paralizza la vita e le relazioni”. L’altra risposta possibile è quella di Yvan Amar: “Avere il coraggio di vivere lo svolgimento degli eventi, anche quando si perde la propria autonomia, affidare il proprio corpo infermo nelle mani di chi ci ama”. E pensare al grido del vecchio Edipo, cieco e reietto: “E’ proprio ora che non sono più nulla che divento veramente un uomo”.