L’uomo e la scienza

di Piero Craveri
Luca Coscioni è morto ieri, a soli 39 anni. Aveva personalità e coraggio grandissimi. Nativo di Orvieto, era sposato con una giovane donna. Dieci anni fa insegnava economia ambientale all’università di Viterbo e si allenava per partecipare alla maratona di New York. Colpito da sclerosi laterale amiotrofica, scrisse nel suo diario: «Mi sono ammalato ed è come se fossi morto. Il deserto è entrato dentro di me, il mio cuore si è fatto sabbia e credevo che il mio viaggio fosse finito». Quando seppe che, al John Hopkins Institute di Baltimora, Jeffrey Rothstein aveva condotto i primi esperimenti con cellule staminali che aprivano prospettive di cura della sua malattia, realizzò che la vita gli chiedeva ancora qualcosa. Non che si illudesse che i tempi della ricerca scientifica potessero venire in suo soccorso. Ma incominciò un’altra battaglia in cui trovava una nuova ragione di vivere, per sé e per gli altri. Iniziò pressoché così: con il sito old.associazionelucacoscioni.it. e fondando l’associazione Luca Coscioni. Da ultimo, per comunicare, doveva usare il computer. Faceva tutto con determinazione e perseveranza. Trovò subito – come compagni di strada – i radicali, che sostennero la sua azione per la libertà della ricerca scientifica e lo fecero presidente onorario del partito. La ricerca sulle cellule staminali e l’utilizzo degli embrioni sovrannumerari divenne il centro della sua battaglia civile. È stato in prima fila nel referendum abrogativo della legge che in Italia vieta tale uso nella ricerca scientifica. Ma ha collezionato una serie di sconfitte politiche, tanto che il governo ha respinto la sua candidatura al Comitato nazionale di bioetica. Lo ha sorretto il fatto che altri Paesi, come la Gran Bretagna, hanno proseguito sulla strada della ricerca e che questa comunque non si arresta. Al Congresso mondiale per la libertà di ricerca scientifica cento premi Nobel hanno reso omaggio alla sua testimonianza. È diventato un simbolo, ma fino all’ultimo si è comportato da militante della sua causa civile e politica. Non ci si può che inchinare al valore della sua testimonianza. Una testimonianza a favore della vita, per risolvere le sofferenze e le speranze di molti: dei malati, dei loro amici e parenti. Questa battaglia, che proseguirà anche nel suo nome, nella misura in cui egli vi ha lasciato un segno, non viene ora condivisa da molti altri. È fonte di discussione politica e anche di pregiudiziale religiosa. Ma su di un punto decisivo credo bisogna attentamente riflettere. Una cosa è l’uso che si fa della scienza, un’altra è la libertà di ricerca scientifica. Non si può fare del primo problema, che nel mondo contemporaneo seriamente esiste, una ragione per impedire la seconda. Una scoperta scientifica è una verità che si aggiunge alle altre. La storia insegna che la verità si può ostacolare, ritardare, ma resta un bene insostituibile per l’umanità. E finché questa rimarrà tale, manifestazione di sentimenti e riflessioni umane, quella troverà il modo di farsi strada. Perciò la libertà di scelta individuale, almeno nell’ambito della ricerca scientifica, dovrebbe essere garantita. Dovrebbero infatti valere per essa le norme costituzionali che assicurano la libertà di pensare. La battaglia di Luca Coscioni ci lascia anche quest’onere, di non perdere un segno distintivo della nostra civiltà.