Era inevitabile che i loro gesti, e soprattutto le loro parole fossero osservati e ascoltati con un’ipoteca mentale: quella del referendum sulla fecondazione assistita del 12 e 13 giugno scorsi. Così, a qualcuno è parso che ieri papa Benedetto XVI, nella sua prima visita al Quirinale, abbia usato termini così chiari da apparire perfino ruvidi. E che Carlo Azeglio Ciampi, col suo orgoglioso richiamo alla laicità dello Stato, abbia voluto rivendicare un’identità considerata appannata dopo la vittoria del fronte astensionista, egemonizzato dai vescovi. Ma l’impressione è che l’incontro sia stato cordiale e proficuo, pur sottolineando la diversità del nuovo Pontefice rispetto al predecessore. Perfino la stretta di mano senza gli abbracci che avevano contraddistinto gli incontri di Ciampi con Giovanni Paolo II, si è rivelata un dettaglio di autenticità. Le reazioni dei partiti, invece, tendono a ricalcare quasi per inerzia gli schieramenti delle settimane scorse. Con riflessi clericali e anticlericali un po’ automatici, si loda il richiamo del Papa ai valori etici; e, dall’altra parte, la fermezza con cui Ciampi segna il confine fra Stato e Chiesa cattolica. C’è pure la «delusione» di Rifondazione comunista verso Romano Prodi, che ha rivendicato i finanziamenti alle scuole private negli anni a Palazzo Chigi.
Depurato dalla zavorra dell’attualità, l’incontro ha confermato, tuttavia, un legame che Ciampi ha definito «un modello esemplare di armoniosa convivenza e di collaborazione». Le sue parole sono state apprezzate in Vaticano, per l’equilibrio e una certa finezza. La descrizione dei rapporti Italia-Santa Sede, fatti di «profonda concordia» e della «necessaria distinzione fra il credo religioso e la vita della comunità civile», ha colto nel segno. E la rivendicazione della laicità dello Stato è stata giudicata condivisibile e doverosa.
Ma ha colpito in positivo anche il riferimento di Ciampi a un Paese che «sa di avere profonde radici cristiane, intrecciate con quelle umanistiche». Nel suo lessico, l’identità di «laico credente» è emersa senza contraddizioni; ed ha disegnato con precisione la separazione costituzionale fra Stato italiano e Città del Vaticano. D’altronde, i vertici della Santa Sede non dimenticano le larvate polemiche di pochi anni fa con il cattolicissimo Oscar Luigi Scalfaro, irritato per quelle che considerava ingerenze ecclesiastiche nella politica italiana. Con il «catto-laico» Ciampi, invece, i rapporti si confermano ottimi.
Anche se il discorso di Benedetto XVI è apparso molto ufficiale: un riflesso insieme della sua personalità e della diplomazia della Segreteria di Stato. Papa Ratzinger ha definito «legittima» una «sana laicità» statale, senza tuttavia «escludere quei riferimenti etici che trovano il loro fondamento ultimo nella religione»: famiglia, difesa della vita, educazione scolastica. Non ha chiesto «privilegi», ma dai «legislatori italiani» si aspetta «soluzioni umane e rispettose dei valori inviolabili». Alla fine, a qualcuno è parso un dialogo molto a distanza. Ma forse, dipende dal fatto che Benedetto XVI vuole essere se stesso, seppure nel solco di Giovanni Paolo II.
L’ombra referendaria su un dialogo proficuo
di Massimo Franco. Corriere della sera