Viene dal Belgio il film che ha vinto la quinta edizione del Festival di Roma. Si chiama Kill Me Please, è una commedia nera sui temi del suicidio assistito: irriverente e scorrettissima, miracolosamente in bilico tra grottesco, horror e farsa, girata in tre settimane, bianco e nero smaltato, firmata da un regista che si chiama Olias Barco. Ha messo d’accordo tutti nella giuria presieduta da Sergio Castellitto e composta da Natalia Aspesi, Ulu Grosbard, Patrick McGrath, Edgar Reitz e Olga Sviblova. Una sorpresa? Mica tanto. Arrivata in sottofinale, a chiudere un concorso onesto ma non esaltante, Kill Me Please aveva incantato critica e pubblico, imponendosi come la vera novità del Festival.
Magari adesso qualcuno protesterà scrivendo che il cinema veicola la cultura della morte, ma farebbe bene a vedere prima il film: il suicidio è uno spunto, certo macabro e provocatorio, anche delirante, per raccontare un gruppo di strani personaggi decisi a farla finita nella clinica del dottor Kruger. “Con irresistibili paradossi la libera scelta si dimostrerà un’illusione. Una risata strozzata per un tema forte, l’eutanasia”, spiega la motivazione. Il resto del palmarès? Politicamente avveduto, esteticamente condivisibile. Gran premio della giuria al danese In un mondo migliore di Susanne Bier, pure scelto dal pubblico; Premio speciale della giuria al tedesco Poll di Chris Kraus; miglior attore, il nostro Toni Servillo per Una vita tranquilla di Claudio Cupellini; migliore attrice, tutto il cast femminile del messicano Las buenas hierbas di Maria Novaro; Targa speciale del Presidente della Repubblica, “per il film che meglio mette in rilievo i valori umani e sociali”, a Dog Sweat, girato clandestinamente in Iran da Hossein Keshavarz. Per Castellitto un premio “nella speranza di impedire l’uccisione di Sakineh”.
L’Italia, rimasta a bocca asciutta a Venezia, può far festa. Servillo è molto bravo nel ruolo dell’ex camorrista pluriomicida che prova a rifarsi una vita in Germania finché il passato non gli presenta amaramente il conto. Premio meritato, tricolore in festa. Anche se non è un segreto che la kermesse capitolina trovi soprattutto nel ricco corredo di eventi speciali, recuperi, duetti, incontri, apparizioni (Springsteen sul red carpet) il vero motore del suo successo popolare. La direttrice Piera Detassis parla non a caso di “festival campus”, un po’ sul modello di Toronto, ma senza rinunciare alla gara, “che serviva, serve e continuerà a servire, essendo una carta in più da giocare”. Insomma, niente formula da ripensare. La precisazione rassicura il presidente Gian Luigi Rondi, per il quale un festival senza concorso – e cita un vecchio episodio riguardante Visconti, che ai premi teneva eccome – non sarebbe lo stesso: perderebbe sul fronte del richiamo e dell’identità. Magari è vero. Basta che non torni a chiamarsi Festa, come all’epoca di Veltroni: altrimenti chi lo sente il sindaco Alemanno?
In realtà, poco è cambiato nell’impostazione double face della rassegna: che resta di lotta e di governo, cinefila e di massa, trasgressiva e rassicurante, engagé e glamorous, sobria e festaiola. I dati, forniti ieri pomeriggio confermano il buon risultato di questa quinta edizione, anche rispetto allo scorso anno. L’incasso lordo si aggira sui 460mila curo (380mila nel 2009), per un totale di 118mila biglietti emessi (380mila nel 2009), molti dei quali, però, vanno riferiti alle scolaresche di Roma e provincia (quasi limita gli alunni coinvolti). Crescono comunque gli affari al Mercato; aumentano seppur di poco i giornalisti accreditati, che sono tanti, 2.686 in tutto, ma solo 452 gli stranieri. Poi, certo, quest’anno è successo di tutto. “Non sono ancora sbarcati gli alieni, ma siamo fiduciosi” scherzava ieri Detassis, evocando l’accidentato percorso della quinta edizione.
In apertura la clamorosa manifestazione antigovernativa promossa dal mondo del cinema, con tanto di occupazione del tappeto rosso e sfottò all’indirizzo del ministro Bondi, in sottofinale il blitz dei centri sociali al grido di “Più case, meno caserme”, più disguidi vari: The Social Network proiettato nella versione doppiata, copie digitali difettose, registi assenti all’ultimo momento, conferenze stampa al buio, cioè senza dare ai cronisti la possibilità di vedere prima il film, perfino uno scandaletto sessuale dai contorni ancora poco chiari che ha coinvolto uno dei selezionatori del Festival. Per la cronaca, ha protestato anche Giulio Tremonti, ma s’è saputo solo ieri dalle parole di Rondi: il ministro dell’Economia ribadisce di non aver mai pronunciato la famosa frase “con la cultura non si mangia”, presa di mira dai registi e riprodotta sugli schermi prima di tutte le proiezioni ufficiali, a mo’ di tormentone.
D’altro canto, non è solo al Festival di Roma che rimbomba la politica associata ai film: succede a Venezia, Cannes, Locarno, Berlino. Il tema stuzzicante – che riguardi il suicidio assistito o le mamme lesbiche, il genocidio dei curdi o lo sfascio della scuola, le gesta criminali di Carlos o i tabù del nudo in India – riscalda l’attenzione mediatica, e non ci si può lamentare se la valutazione estetica dei film finisce in secondo piano, se sui giornali si parla più di "social issues" e affondi polemici che di carrelli e pianosequenze. Proprio ieri, incontrando gli studenti al Festival, lo scrittore siciliano Andrea Camilleri ha confessato: “Io sotto il fascismo ero molto più libero di voi giovani di adesso. Non fatevi condizionare da una società che finge di darvi il massimo della libertà e invece vi sottopone a un massimo di condizionamenti”. Vabbè. Naturalmente lo stupidario è vario e abbondante. Se il maleducato Claudio Santamaria definisce Berlusconi “un cane bavoso” sicuro di guadagnarsi l’applauso a sinistra, il Giornale liquida come “una finocchia lesbo-chic” la mamma Julianne Moore in I ragazzi stanno bene, definisce il Festival “una sagra laziale” e derubrica la protesta del mondo del cinema a “farsa degli artisti faziosi”; mentre Libero, sempre in risposta alla "rossa" Julianne Moore, definisce “sana, simpatica e virile” la battuta del premier sui gay. il Festival registra e amplifica, riproduce la bagarre italiana, a suo modo diventa sempre più simile a una puntata di Annozero.
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