I costituenti avevano previsto inizialmente la partecipazione dei due quinti degli elettori per la validità dei referendum. Successivamente questa soglia fu elevata alla metà più uno per scongiurare il rischio che una legge, magari votata a larga maggioranza dalle Camere, fosse poi bocciata da una sparuta minoranza del Paese. In origine, dunque, il quorum serviva a presidiare la serietà della prova referendaria, e a castigare altresì l’indifferenza. Serviva (serve) a rendere almeno in questo caso coercitiva la norma che prescrive il voto come «dovere civico». Serviva (serve) a neutralizzare il disinteresse verso un atto così importante qual è l’abrogazione d’una legge, e a evitare che dal disinteresse scaturisca in ultimo l’effetto abrogativo. Ma chi cavalca l’astensione è invece talmente interessato all’esito del voto da impiegare trucchi, espedienti, scorciatoie pur di raggiungere il suo scopo. Tutto l’opposto dello scenario disegnato dai costituenti.
Insomma l’astensione è un trucco, e insieme un tradimento della Carta. D’altronde lo aveva già denunziato Bobbio, nel giugno 1990, dalle colonne di questo giornale. Aggiungendo che se il trucco avesse preso piede, il referendum – «la gemma della nostra Costituzione» – sarebbe andato al macero. Ma l’Italia non ha mai dato troppo ascolto ai suoi profeti. E del resto – per una capriola della storia – fu proprio il profeta dei referendum, Marco Pannella, a formulare il primo appello all’astensione. Cadeva il 1985, l’anno del referendum sulla scala mobile. Craxi in un primo tempo condivise quella tattica, poi accettò l’invito a rinunziarvi, nella sua veste di presidente del Consiglio. Sarebbe molto grave se a distanza di vent’anni il governo Berlusconi consumasse lo strappo che a suo tempo evitò il governo Craxi.