Noi siamo i primi a non sottovalutare il “risveglio dei valori” e della religiosità che per tanti versi è alle spalle di fenomeni diversi e non comparabili, ma comunque molto rilevanti, dalla conferma di Bush alle presidenziali americani all’esito che da noi hanno avuto i referendum sulla fecondazione assistita. Però non è che all’America si possa guardare con un occhio sì e uno no, scegliendo solo ciò che fa comodo e ignorando il resto. E’ appena giunta all’esame del Senato americano la proposta di legge già approvata dalla Camera dei rappresentanti, in materia di estensione dei criteri in base ai quali consentire l’uso di fondi federali per la ricerca sulle staminali, «anche» quelle da embrioni sovrannumerari frutto di tecniche di fecondazione assistita.
Allo stato attuale, il presidente Bush ha minacciato di ricorrere al veto, se anche il Senato ne dovesse approvare il testo. Ma la sua posizione è messa seriamente in questione dal fatto che sono numerosi gli esponenti repubblicani che sostengono la riforma, e che parecchi di loro hanno votato a favore alla Camera e lo faranno in Senato, battendosi “non” per una libertà di ricerca priva di limiti, irrispettosa delle basilari garanzie a tutela della vita umana, e dunque pronta a spingersi sino al confine dell’eugenetica se non oltre. Ma “per” accelerare i tempi della ricerca ancora necessaria per capire davvero quali staminali abbiano migliori chance di adeguata totipotenza, ciascuna per le diverse patologie oggi prive di terapia che potrebbero trovar soluzione. Negli Usa non si pensa affatto che i fondi federali possano sostituirsi in alcun modo a quelli privati, che sono liberi di applicarsi alle staminali embrionali, ricordiamolo bene. Ma si resta fedeli all’idea che non possano essere proprio i fondi federali a negarsi a una ricerca che è rivolta esclusivamente alla vita, non al nichilismo velleitario e amorale di cui ha parlato in Italia la frangia più estrema della campagna astensionista.