Italiano in coma, due nazioni contro

di Stefania Radman

La Svizzera vuole staccare la spina. I parenti: "Non ve lo ridiamo" Antonio Trotta risiede nel Canton Ticino ed è ricoverato vicino a Varese. I medici di Lugano: "Inutile insistere, basta cure"

Due nazioni, un uomo di 39 anni in coma, una domanda: cercare di mantenere in vita e di risvegliare un uomo in coma vigile da due anni è legittimo, possibile o inutile? Questo il quesito che pone la storia di Antonio Trotta, varesino domiciliato in Svizzera, ora 39enne, in coma vigile da due anni dopo essere stato travolto da un furgone in territorio elvetico. L`uomo, un italiano con due figli che abitava in Canton Ticino dove, con la moglie, era proprietario di un ristorante, dopo una degenza di due anni in Svizzera, ora è ricoverato in una clinica di Brebbia, in Italia. Qui dopo una serie di complicazioni gli è stata praticata una tracheotomia per permettergli di respirare e le sue condizioni, pur in un quadro clinico molto compromesso, sono migliorate. I genitori vorrebbero che restasse lì, o che tornasse a casa, ad Albizzate, per tentare una riabilitazione che specialisti italiani ritengono possibile. Ma lui dovrebbe tornare in Svizzera come il suo tutore, d`accordo con la moglie, ha già deciso. Ma in Svizzera la "sentenza" è già stata emessa dalla commissione di Etica Clinica dell`Eoc, che si è espressa contro «trattamenti ritenuti futili in medicina intensiva o addirittura atteggiamenti di accanimento terapeutico, senza possibilità reale di guarigione o raggiungimento di una qualità di vita accettabile». Il che ha fatto dichiarare espressamente ai medici di Lugano: «Ci asteniamo pertanto dall`applicare misure di rianimazione benché i familiari del paziente siano di avviso contrario». Eppure secondo la dottoressa Cecilia Morosini che con la sua équipe lo sta seguendo «il paziente è indubbiamente sveglio ed estremamente recettivo nei confronti di stimoli affettivi, con importante valenza emotiva». Sulla base delle richiese del tutore, che la famiglia contesta, Trotta rischia di essere trasferito in Svizzera fra pochi giorni. E lì, è già deciso, rischia di non ricevere, in caso di aggravamento delle sue condizioni, cure considerate come «accanimento terapeutico». Per questo genitori e sorelle hanno richiesto un intervento d`urgenza al Tribunale di Varese perché Antonio resti in Italia. Ma la Procura generale cui si era affidata il giudice tutelare il 3 luglio, si è limitata a trasmettere gli atti al Tribunale: perché il suo ufficio, annota il giudice tutelare Anna Giorgetti, «non dispone di poteri per la disposizione d`ufficio di misure di protezione, competenza riservata al pubblico ministero». La procura di Varese non ha però preso alcun provvedimento, rimettendosi «alla decisione del Tribunale». La sorte di Trotta resta così appesa al filo delle procedure.