Dottor Morselli, sebbene la chirurgia plastica sia una disciplina "giovane", ha già tanti anni di storia alle spalle.
«É giovane per alcuni aspetti psico-sociali emersi negli ultimi decenni, collegati all`apparire e alla bellezza del corpo come appartenente alla forma. Ma la chirurgia plastica è forse la specialità più vecchia del mondo. In alcune raffigurazioni risalenti all`antica India, si notano ricostruzioni del naso datate 3.000 anni avanti Cristo. Per non parlare della cura delle ferite, capitolo importante nella nostra specialità, che forse sono state la prima patologia dell`uomo».
Lei è l`anima del Simposio internazionale di chirurgia plastica in programma nell`Aula Magna di Sto Lucia, all`Università di Bologna, dal 25 al 28 giugno. Quali aspetti saranno messi in luce?
«Inizieremo celebrando gli ottocento anni della facoltà di Medicina e chirurgia dell`Ateneo bolognese, cerimonia aperta a tutti i medici, poi passeremo in rassegna la nostra storia, soffermandoci sugli aspetti psicologici e psicosociali. Parleremo di bioingegneria, cellule staminali e medicina rigenerativa. Infine, affronteremo il trattamento delle malformazioni del volto, del cranio, la chirurgia estetica della mammella e del contorno del corpo e ancora le ricostruzioni per i tumori anche con tecniche microchirurgiche. Una speciale sessione sarà dedicata al volontariato in chirurgia plastica».
Durante il Simposio è previsto un momento di riflessione. Perché?
«E un invito ai colleghi. E come dire `caro dottore si fermi, si prenda una pausa e rifletta su quanto è accaduto negli ultimi venti anni. Nel 1988 si svolsero i festeggiamenti per i novecento anni dell`Ateneo di Bologna e contemporaneamente ebbe luogo il primo congresso italo-americano di chirurghi plastici. Oggi abbiamo nuovamente invitato quei "iganti" affinché possano raccontare la loro evoluzione professionale».
Qual è il futuro della chirurgia plastica?
«Attualmente si impiegano cellule staminali e si hanno risultati migliori rispetto al passato sia per la vascolarizzazione dei tessuti, sia per la qualità della cute. Nel futuro probabilmente si parlerà di ricostruzione basata sulla crescita cellulare: si costruirà una sorta di `gabbia` contenente un tessuto che ricostruisce quello danneggiato. E, di volta in volta, può essere la cute, l`osso o la cartilagine. In Italia la ricerca nell`ambito della bioingegneria, delle staminali e della medicina rigenerativa è avanzata, tuttavia il cammino è ancora molto lungo».
Lei ha fondato nel 1988 Interplast Italy, organizzazione di volontariato internazionale in chirurgia plastica ricostruttiva. Quanto e importante ridare un sorriso a chi ha perso la speranza?
«In realtà noi ci proponiamo di dare speranza per ottenere un sorriso. Il volontariato è un aspetto della mia vita a cui non posso rinunciare, un impegno che ripaga. In vent`anni di attività sono state organizzate 43 missioni, con oltre 5mila pazienti operati».
In quali Paesi operano le équipe di Interplastltaly?
«Abbiamo operato in 12 diverse nazioni in Asia, Africa, America Latina. Si va all`estero per operare bambini affetti da labiopalatoschisi, ma anche gravissimi casi di ustioni, traumi e tumori degli adulti. L`attività dei volontari non è mai retribuita e gli interventi chirurgici sono completamente gratuiti. Durante la nostra permanenza non trascuriamo la formazione dei giovani medici del posto affinché, e qui facciamo riferimento alla speranza, possano diventare autonomi. Il Simposio è un importante momento di aggiornamento. Per questo parteciperanno al Congresso alcuni medici dei Paesi che hanno ospitato i nostri team». Labbra e seni esageratamente voluminosi sembrano sulla via del tramonto.
Qual è il limite da non superare in chirurgia estetica?
«Bisogna evitare gli interventi che modificano in modo caricaturale e che quindi rompono schemi fisiologici di armonia. L`eccessivo diventa patologico e molto spesso non è apprezzato né dall`osservatore, né dal soggetto e soprattutto non porta benessere psicofisico. In alcuni casi ci troviamo di fronte a situazioni di dispercezione corporea o dismorfofobia, parole che indicano un`alterata percezione del proprio corpo».
E`facile comprendere le reali motivazioni di un paziente?
«E difficile, ma non si può prescindere da questo punto. Si deve valutare il vissuto della persona che abbiamo di fronte e comprendere quanto la richiesta di cambiare l`aspetto esteriore sia, in realtà, una ricerca di cambiamento interiore. Il punto fondamentale è il colloquio, che stabilisce un solido rapporto medico-paziente. E importante considerare l`aspettativa del paziente sul risultato, perché è lì che ruota la buona riuscita, intendo dire la soddisfazione, di un intervento».