Intervista a Maria Antonietta Coscioni «Ma il diritto alla morte dolce va comunque garantito»

«Noi non diciamo che tutti desiderano essere aiutati a morire se si trovano in condizione di grande sofferenza. Per noi la cosa importante è che chi ha questo desiderio possa decidere in autonomia e realizzarlo attraverso una procedura trasparente».

Alle 7 di sera Maria Antonietta Coscioni, vicepresidente dell’omonima associazione intitolata al marito Luca, morto di SLA (sclerosi multipla amiotrofica), è al lavoro nella sede dei Radicali. Sta scrivendo una lettera a Prodi perchè si sbrighi alla nomina del Comitato nazionale di bioetica, scaduto il 15 giugno: «Ora più che mai è uno strumento essenziale».

I dati del rapporto belga sull’eutanasia non la sorprendono? Eppure avete sempre sostenuto che la richiesta di eutanasia anche in Italia è alta…
«Chiariamo. Noi ci battiamo perchè l’eutanasia venga riconosciuta come un diritto di ogni cittadino. Siamo convinti sia l’unica via per evitare gli abusi su malati in fase terminale che subiscono l’iniziativa dei medici, senza consenso».

Insomma voi volete che le scelte di fine vita vengano riconosciute in modo che la sedazione terminale avvenga a porte aperte. È così?
«Sì. Ed è per questo che come radicali e associazione Coscioni stiamo raccogliendo firme perchè si faccia un’indagine sul fenomeno dell’eutanasia clandestina, a porte chiuse».

Cosa le ha insegnato la sua esperienza personale?
«Mio marito Luca ha trascorso la malattia nelle condizioni ottimali, aveva il meglio dell’assistenza. Eppure si sentiva in gabbia, anche se la gabbia era d’oro. Nulla riusciva ad alleviare la sua sofferenza. Non tollerava la prigionia, la mancanza di alternative».

Quindi le percentuali rilevate in Belgio non cambiano le sue convinzioni?
«Anche se fossero più basse, resterei convinta che bisogna garantire al malato queste opportunità. Ma le pare giusto cosa sta succedendo a Welby? Aspira ad una morte opportuna, che gli viene negata dalla legge. E ora ha un’unica alternativa: la disobbedienza civile. Quando riterrà giunto il momento di dire basta, Marco Pannella e i compagni radicali applicheranno una procedura tale da evitargli il rischio di un’ulteriore sofferenza.