«Sono sempre stata un’atea razionalista. Sono sempre stata a favore dell’eutanasia e della ricerca scientifica libera da dogmi e restrizioni. È una cosa naturale per me: da sempre sono in prima linea nella battaglia laica che è sinonimo di libertà»
Professoressa Hack, come è nato il suo amore per le stelle?
«Non c’è mai stato amore: è solo fisica, nulla di romantico. Non ero una di quelle bambine che la notte sognava le stelle al telescopio. Quello che mi piaceva veramente era lo sport… quello sì che era vero amore».
Che tipo di studi effettuava all’osservatorio fiorentino di Arcetri?
«Di notte mi dedicavo all’osservazione: prendevo gli spettri luminosi e disperdevo la luce bianca nelle sue componenti monocromatiche con uno spettroscopio. Poi, di giorno, facevo le misurazioni e tiravo le conclusioni».
Perché ha lasciato l’osservatorio?
«Nel 1954 fu nominato direttore Guglielmo Righini, che aveva intenzione di impostare tutta l’attività sulla fisica solare, mentre io mi occupavo di fisica stellare. Sono andata a Brera perché quello era il migliore osservatorio per la ricerca stellaere. Dopo la morte di Righini, nel ’78, sarei potuta tornare ma ormai le cose si stavano avviando bene a Trieste e mi dispiaceva interrompere sul nascere un bel percorso».
Come è stata la sua esperienza in America?
«Mi sono trovata benissimo per quanto riguarda il lavoro, meno bene per il resto. Non mi piace lo stile di vita americano, preferisco quello europeo. Le città, per esempio. In America sono tutte uguali e deprimenti, sono abitate solo da macchine. Le nostre sono diverse, si nutrono delle loro diversità. In Italia, poi, ogni piccolo borgo sperduto ha un fascino da scoprire. Cosa che in America non puoi aspettarti».
Quale dei due osservatori considera migliore, quello di Arcetri o quello di Trieste?
«Oggi gli osservatori non si misurano più in base ai loro strumenti: tutti usiamo quelli internazionali oppure i satelliti. Dunque non ha più senso giudicare o comparare gli osservatori, mentre ha senso comparare le scuole. Anche per quanto riguarda le scuole, però, ha senso fino ad un certo punto, perché oggi tutti collaborano a livello internazionale.
Arcetri comunque ha una lunga e gloriosa tradizione di ricerca, Trieste invece nasce come osservatorio nautico, quindi con scopi applicativi. Fondamentalmente la differenza è questa».
Nel 1971 lei è stata tra i firmatari del documento di denuncia al commissario Calabresi per il caso Pinelli. Diversamente da molti suoi colleghi scienziati, era molto attiva sul piano civile e politico.
«Il commissario Calabresi era responsabile. Anche se non era fisicamente presente quando Pinelli morì, era comunque responsabile. Fu una cosa indegna, quel periodo era tutto una caccia alle streghe. Non si stupisca della mia forte passione politica: dal 1938, da quando ho vissuto le leggi razziali del fascismo, non mi ha mai abbandonata ed è sempre stata molto forte».
Lei è una grande sostenitrice del pensiero scientifico e razionalista. Giorgio Gaber in una celebre canzone di 15 anni fa, parlando del ruolo del pensiero nel Novecento, immaginava cosa avrebbe potuto dire un Cartesio nuovo e un po’ ribelle dei giorni nostri: Io penso dunque sono un imbecille.
«Non sono d’accordo con questa provocazione di Gaber perché il secolo ventesimo ha compiuto dei grandissimi passi avanti e ha ottenuto molti buoni frutti del pensiero. La prima cosa che mi viene in mente è il Sessantotto, il suo inno alla libertà che fu fondamentale per l’individuo e il suo pensiero. Io il Sessantotto l’ho fatto in cattedra, a Trieste, e fino a quel periodo gli osservatori astronomici erano delle strutture rigidamente ed estremamente gerarchizzate. Abbiamo cambiato quelle strutture e abbiamo salvato l’astrofisica italiana dal suo stato di depressione».
Nella comunità scientifica lei si è distinta molto per la divulgazione. Nel 1995 le hanno anche conferito il Premio Internazionale Cortina Ulisse per la divulgazione scientifica.
«Mi è sempre piaciuto il concetto stesso di divulgazione. Vede, divulgare significa innanzitutto esprimere in modo semplice e comprensibile dei concetti che nascono difficili. È una difficile operazione quella che si richiede, e per questo ritengo che la divulgazione serva – per assurdo – molto più a chi la fa che a chi la riceve. Per riuscire a spiegare in modo semplice cose difficili è essenziale averle capite molto bene. E non è una cosa da poco».
Negli anni Novanta è diventata un alfiere del pensiero razionalista: è entrata a far parte del Cicap, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale, dell’Uaar (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti) di cui lei è membro del Comitato di presidenza, e dell’Associazione Coscioni che si batte per la ricerca scientifica da un’angolatura Radicale.
«Non ho cominciato ad impegnarmi su questi temi, perché sono sempre stata impegnata fin da quando ho memoria. Sono queste organizzazioni, il Cicap, l’Uaar, la Luca Coscioni, che sono venute a bussare alla mia porta. Prima non le conoscevo. E ho partecipato volentieri e con passione alle loro battaglie.
Sono sempre stata un’atea razionalista. Sono sempre stata a favore dell’eutanasia e della ricerca scientifica libera da dogmi e restrizioni. Era una cosa naturale per me: da sempre sono in prima linea nella battaglia laica che a mio parare è sinonimo di libertà. Anche perché, lo vede in che condizione è il nostro Stato? Si dichiara laico ma in realtà non lo è e penalizza tante categorie di persone, soprattutto i malati, poi le coppie di fatto, sia eterosessuali che omosessuali. Il nostro Stato compie così continue violazioni del principio di uguaglianza dei cittadini, e tutto per colpa di fondamentalismi religiosi».
Il suo impegno politico è altrettanto forte: è stata candidata alle regionali in Lombardia nel 2005 con il Pdci, e nel 2006 ha rinunciato ad un seggio alla Camera.
«Non desidero fare carriera politica. Credo nelle mie idee ma penso anche che la politica sia una professione, come tutte le altre. La mia professione è quella di astronoma, so fare quello. Non posso dunque improvvisarmi "politico", perché non lo sono».