Intervista al genetista Matteo Adinolfi: «Quella legge moltiplica gli aborti»

Fecondazione, parla Adinolfi genetista della London Medical School: il diritto di voto va esercitato. Da L’Unità

Di origini italiane, (la sua famiglia è di Salerno), nato in Africa, vive dagli anni Sessanta in Inghilterra. È uno scienziato, un uomo che ha passato tutta la sua vita a studiare il modo di far nascere meglio gli esseri umani e curare al meglio le donne gravide. Il professor Matteo Adinolfi, arrivato nei giorni scorsi in Italia per un convegno sulle tecniche di diagnosi pre-natale, è molto critico sulla legge 40 sulla procreazione assistita. «E sbagliata sotto ogni punto di vista», osserva. Ed è critico anche con il collega Bruno Dalla Piccola, presidente della Società italiana di genetica umana. «Non si possono invitare le donne a disertare il referendum».

Professore, l’attuale legge vieta la diagnosi pre-impianto. Lei ha detto che trova assurda questa norma. Perché?

«Se in una donna si induce una iperovulazione è possibile che riesca a produrre cinque o sei ovociti, di cui almeno tre saranno anormali. Ce lo dimostrano anni e anni di studi e osservazioni. Il 70% circa delle gravidanze nel mondo non arrivano a termine a causa di alterazioni cromosomiche. Si verificano, cioè, aborti precoci, alle prime settimane di gestazione. La mia domanda è: perché mettere nell’utero degli embrioni prodotti con ovociti non normali e perché non selezionarli prima impiantandone solo uno o due? In alcuni centri del Belgio si impianta un solo embrione e le possibilità di successo sono del 30%, altissime rispetto a quelle di altri paesi».

Lei sta dicendo che anche sotto questo profilo siamo indietro?

«Dico piuttosto che se le indagini pre-impianto sono scrupolose, le possibilità di successo aumentano sensibilmente. Decidere per legge che si devono impiantare embrioni a caso è piuttosto strano. Vietare la diagnosi pre-impianto, ripeto, dal mio punto di vista, è un errore gravissimo. Credo che sia ingiusto anche vietare ad un uomo o una donna di donare ovociti, seme, o embrioni congelati. La donazione è un atto d’amore, una scelta eticamente giusta. Destinare gli embrioni soprannumerari alla ricerca, invece, può permettere di fare passi in avanti nella cura contro molte malattie».

Lei ha parlato di un esperimento molto importante condotto poche settimane fa in America con le cellule embrionali. Ci può spiegare di cosa si tratta?

«È stato possibile curare topini affetti da emofilia trapiantando cellule embrionali di altri topini coltivati in vitro. I topini sono stati prodotti artificialmente da un ricercatore americano, Smith. Quelli coltivati in vitro hanno prodotto il fattore 9 dell’emofilia e, una volta effettuato il trapianto, i topini emofiliaci sono guariti, malgrado le cellule embrionali erano incompatibili dal punto di vista immunologico. Erano incompatibili ma sono state accettate. Questo è un grande successo per la ricerca. Per ora non sappiamo se sia possibile sugli esseri umani, ma abbiamo una traccia su cui lavorare».

In Italia il comitato “Scienza e vita