Anna, la chiameremo così, non aveva più speranze: 42 anni, sottoposta a una mastectomia dopo un tumore, aveva fatto ricorso alla chirurgia plastica per la ricostruzione del seno. Ma il suo corpo aveva espulso la protesi: rigetto, nessuna possibilità. «Invece siamo riusciti a ricostruire interamente la mammella, quasi 800 grammi», spiega il professor Pietro Panettiere, chirurgo plastico bolognese e docente all’Alma Mater. Fatto unico in Italia: solo un altro centro a Verona sta sviluppando tecniche simili.
Come è accaduto?
«Grazie alle cellule staminali».
Da tempo le sterminali vengono utilizzate per ritocchi. Qual è la novità?
«Che, in questo caso, la mammella è stata ricostruita interamente. Le tecniche ricostruttive mammarie dopo interventi di mastectomia per neoplasia sono devastanti per impatto sociale, psicologico ed economico. Sino ad ora erano affrontate esclusivamente mediante complessi interventi di trasferimento di lembi cutanei o muscolari oppure tramite l’impianto di protesi. Entrambe queste soluzioni presentano indubbi inconvenienti legati, nel primo caso, alla complessità ed alla gravosità dell’intervento; nel secondo alla presenza di protesi che sono inevitabilmente corpi estranei e si adattano meno bene al fisiologico invecchiamento dell’organismo».
E allora ecco le staminali.
«Le abbiamo prelevate dalla paziente stessa, evitando così i problemi legati alle cellule embrionali. E la tecnica è semplicissima: basta un’anestesia locale».
Come è avvenuto concretamente l’intervento?
«Abbiamo prelevato il tessuto adiposo. Come se fosse una lipoaspirazione. Dopo un semplice trattamento, siamo passati al ricollocamento in sede mammaria per ricostruirne la salienza. Il punto chiave è la presenza nel tessuto adiposo, riconosciuta da pochi anni, di numerose cellule staminali adulte, ma dotate di grandi capacità rigenerative. Il tessuto che viene a ricostituirsi nella mammella ricostruita genera infatti la propria struttura fibrosa di sostegno e la propria vascolarizzazione».
Il corpo che si rigenera, insomma. E l’intervento è andato a buon fine?
«Certo. E non è stato massacrante come accade invece se si trasferiscono i lembi».
I vantaggi quali sono?
«L’estrema semplicità di realizzazione, il costo ridotto, l’abbattimento dei rischi anestesiologici e l’utilizzo di soli tessuti della paziente. Questa metodologia apre inoltre la possibilità della ricostruzione mammaria anche a persone alle quali sino ad ora era preclusa per via di controindicazioni all’anestesia generale o che, per varie ragioni, non potevano avvalersi della ricostruzione protesica o con lembi. Inoltre l’innesto di tessuto adiposo consente di ricostruire una mammella che seguirà la mammella sana nella normale evoluzione fisiologica nel tempo e riducendo pertanto la necessità di ricorrere a procedure di simmetrizzazione».
Non siamo quindi davanti a una chimera sperimentale?
«No. Indubbiamente sono necessari ulteriori studi per l’ottimizzazione di risorse e risultati, ma già molti studi internazionali hanno dimostrato la sicurezza della metodica. La tecnica è attualmente in fase di applicazione clinica: alcune ricostruzioni mammarie complete sono già state portate a termine e siamo in grado di offrire da subito questa opportunità alle pazienti con risultati anche esteticamente molto validi».
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