Non è facile liberare un tema come il testamento biologico dalle incrostazioni ideologiche che continuano a trattenerlo, prospettando incessantemente il rischio d’una contrapposizione senza via d’uscita. Da quasi un anno, più o meno dall’inizio della legislatura, ci sta provando Ignazio Marino, chirurgo dei trapianti di notorietà internazionale, trasferitosi nel nuovo ruolo di presidente della Commissione sanità di Palazzo Madama. In capo a una quarantina di audizioni, che hanno offerto ai senatori largo campo di riflessione su uno dei problemi della bioetica a più alto tasso di drammaticità, Marino ha convocato un convegno internazionale chiamato a definire limiti e contenuti delle dichiarazioni anticipate di volontà sui trattamenti sanitari. Il convegno dovrebbe coincidere peraltro col momento iniziale del provvedimento normativo destinato a colmare il vuoto legislativo che abbandona alle più incredibili assenze ma anche alle più disinvolte esperienze, il percorso finale di una vita umana, fra accanimenti inconsulti e “eutanasie” senza regole. Già nella scorsa legislatura il Parlamento ha mancato l’obbiettivo della legge, fulminata dall’arrivo delle nuove elezioni. Ma ora, sempre nella stessa Commissione, sembra profilarsi un impegno largamente condiviso che, pur non cancellando schieramenti e obbedienze, appare capace di portare a una più fattiva conclusione.
Otto sono le proposte di legge presentate dai maggiori partiti; sono otto diversi testi che prospettano soluzioni spesso altrettanto diverse ma forse non pregiudizialmente inconciliabili. A metà del prossimo mese d’aprile la relatrice Fiorenza Bassoli comincerà il lavoro di “omogeneizzazione” dei vari progetti, nel presupposto di realizzare un testo unificato della legge da “servire” ai senatori della Commissione sanità all’inizio dell’estate. A patto di superare i più significativi momenti di criticità che il testamento biologico propone. A cominciare dall’individuazione del momento in cui la cura di un malato caduto in coma o in uno stato vegetativo permanente, diventa vero e proprio accanimento terapeutico. È il punto cruciale di una buona legge della buona morte, come la definisce Marino, ricordando che l’accanimento terapeutico non può significare in nessun caso difesa della vita. Come in nessun caso il testamento biologico può equivalere a eutanasia. Resta il problema più arduo: quando interrompere, assieme a tutte le altre terapie, anche l’idratazione e la nutrizione passiva di un paziente che non è più in grado di svolgere queste funzioni? A queste domande proverà a rispondere il convegno organizzato a Roma sotto l’egida del presidente Franco Marini: due giorni, fra domani e venerdì, divisi in due diverse sessioni. Dopo una prima giornata di approfondimento scientifico, i lavori si concentreranno sulle implicazioni etiche e religiose connesse alle anticipazioni di volontà sui trattamenti sanitari. Toccherà a Giuseppe De Rita moderare venerdì un dibattito al quale assisterà il Capo dello Stato e al quale parteciperanno il cardinale Barragan, presidente del pontificio Consiglio perla pastorale della salute, Amos Luzzatto, ex presidente dell’Unione delle comunità ebraiche e Hassan Hanafi, che insegna filosofia all’Università del Cairo. Ignazio Marino, che ha redatto il testo dell’Ulivo, confida che il convegno possa servire per arrivare a un provvedimento sul testamento di vita capace di superare lo steccato che continua separare laici e cattolici.