Così si spiega la pervicace tendenza a veicolare il messaggio, ammantato anche di riconoscimenti alla loro primazia, che la questione riguardi soprattutto le donne, sia come soggetti quasi esclusivamente toccati dalla legge 40 e dai quesiti abrogativi, sia come protagoniste della battaglia referendaria. Certo sono in gioco anche la ricerca e quindi gli scienziati e i medici, ma appunto solo settori, segmenti importanti ma parziali della società. Stenta a passare l’idea che questa legge, i suoi dispositivi, la cultura politica che l’ispira riguardano tutti, uomini e donne, e soprattutto che l’esito referendario investirà gli indirizzi generali, il baricentro su cui si assesterà l’asse degli equilibri politici che si stanno creando sia nel centrodestra che nel centro sinistra per la crisi del berlusconismo e di Fi (crisi reale al di là del risultato di Catania) da un lato e per le scelte che sta compiendo la Margherita, dall’altro. A difesa di questo atteggiamento si dice che i quesiti sono complessi, che tutta la materia è difficile, delicata, che non si è attrezzati ad affrontarla in una campagna di comunicazione di massa che deve coinvolgere milioni di persone. C’è un germe assai pericoloso in questi discorsi che li rende assai prossimi a quanto va sostenendo chi fa campagna per l’astensione, ovvero che tutta la faccenda avrebbe dovuto essere risolta dal Parlamento.
Ora va detto con chiarezza che ci si è provato, nella scorsa e nella presente legislatura, ma non ci si è riusciti, nonostante gli sforzi di raggiungere una seria e efficace mediazione, per la precisa volontà del centrodestra di utilizzare strumentalmente questa materia per aprire contrasti nell’Ulivo e attingere legittimità da una investitura diretta da parte delle gerarchie cattoliche italiane, abdicando alla funzione precipua della politica e del parlamento che è appunto quella di attuare la mediazione tra istanze e valori differenti, ricercando un punto di equilibrio che possa consentire all’intera comunità di riconoscervisi. E che si sia arrivati al referendum sulla procreazione assistita è in gran parte frutto di un fallimento della politica, da alcuni voluto, da altri subito. Ma ora non si può continuare su questo stesso registro. Anche perché i temi bioetici, sollevati dalla legge 40, costituiscono e sempre di più costituiranno campo di intervento del legislatore, e quindi oggetto di decisione politica, dal momento che si sta dilatando la sfera dei fenomeni della vita non più affidati alla spontaneità della natura ma soggetti all’artificio umano, e dove c’è artificio, là c’è necessità di normarlo e quindi di intervenire con la scelta e la decisione.
E nelle nostre democrazie non si può certo pensare di delegarle agli esperti, siano essi esperti dell’anima o del corpo, (non sono certo i comitati di bioetica che fanno le leggi) ma rinviano sempre in ultima istanza alla politica e ai suoi istituti e quando tutto manca al corpo elettorale.
E la politica si deve attrezzare ad affrontarle e chi se ne occupa deve imparare a saperle maneggiare, così come sa maneggiare le questioni sociali o economiche. Perché ne va delle basi della convivenza democratica (rispetto del pluralismo dei valori etici) e della condivisione dei criteri con i quali una società intende governare gli sviluppi della ricerca scientifica e le sue applicazioni, poiché né la scienza (gli scienziati) né i convincimenti religiosi né il mercato possono assicurare la considerazione e il rispetto di tutti gli interessi e i valori in gioco. Solo la politica nella sua accezione più alta e propria, può farlo, orientando, educando e mediando.
Per i Ds, il referendum assume un valore particolare. Per dare seguito al progetto di costruzione di una grande forza riformista che raccolga le tradizioni socialiste, cattoliche e laico-repubblicane e che dia finalmente un nucleo politico solido al paese, è vitale che si raggiunga il quorum. Solo con un pronunciamento popolare che respinga l’espediente dell’astensionismo e che chiarisca quali siano gli orientamenti della maggioranza degli italiani, si può contribuire a rafforzare l’autonomia dei cattolici in politica e ad affermare, nel nuovo contesto della fine del partito unico dei cattolici, i valori della laicità che è bene ribadirlo, non vuol dire laicismo. Anzi la laicità è quella concezione della sfera pubblica che non solo non si contrappone alle visioni religiose della vita, ma rende possibile la piena cittadinanza e la piena legittimità della Chiesa a concorrere alla formazione di un senso comune etico, esprimendosi liberamente su tutti gli aspetti della vita associata.
Solo raggiungendo il quorum, anche con un’articolazione del voto sui vari quesiti referendari, si dà respiro e forza a quei “cattolici adulti