Se tutti gli embrioni impiantati attecchiscono, si ha una gravidanza trigemellare, creando un problema per la donna e mettendo a repentaglio la salute dei tutori feti, che rischiano di non nascere mai. Se invece, come auspicabile, ne attecchisce uno solo significa che gli altri due muoiono, che è proprio quello che la legge non vuole. Un’altra contraddizione riguarda il divieto della diagnosi preimpianto che, sia dal punto di vista medico che logico non è altro che l’anticipazione di quella diagnosi prenatale (ecografia, villocentesi e amniocentesi per intendersi), che viene effettuata sempre più frequentemente in gravidanza. Ora, in base alla legge attuale è possibile verificare la salute del feto all’interno della madre, ma non quella dell’embrione nella provetta. Inoltre la legge 194 dice che, in presenza di malattie genetiche, è possibile interrompere la gravidanza ricorrendo all’aborto.
E’ lecito quindi domandarsi perché dover aspettare la formazione del feto, dal momento che esistono le tecniche di diagnosi embrionale; e perché dover ricorrere a un aborto, più traumatico per la donna,quando basta decidere di non impiantare l’embrione che presenta un danno genetico. A questo proposito c’è un aspetto ancora più contradditorio. La legge dice espressamente che possono ricorrere alla fecondazione assistita solo le coppie con problemi di sterilità, escludendo quelle fertili che però hanno alta probabilità di trasmettere ai propri figli una malattia genetica. Proprio loro, invece, hanno più necessità di ricorrere alla fecondazione assistita. In Italia ogni anno nascono 20 mila bambini affetti da malattie dovute a difetti genetici, molte delle quali gravi e letali. La fecondazione assistita e la diagnosi pre impianto potrebbero i ridurre di molto quel numero.
Terza contraddizione riguarda gli oltre 30 mila embrioni attualmente congelati e conservati nei vari laboratori italiani. La nuova legge non dà indicazioni circa la loro sorte: si sa solo che non si possono sopprimere e non si possono utilizzare per scopi di ricerca. Il risultato è che vengono lasciati rinchiusi nelle celle frigorifere, dove comunque sono destinati, prima o poi, a morire.
Ma perché lasciarli finire nel nulla invece che farli vivere, utilizzarli per la ricerca biomedica e destinarli subito alla terapia di malattie gravi? Bisogna ricordare che uno dei settori
più promettenti della ricerca biologica e medica è proprio quello delle cellule staminali di origine embrionale, che hanno la caratteristica unica di potersi trasformare in qualunque altro tipo di cellula. Le staminali potrebbero quindi rappresentare la soluzione ideale per le malattie degenerative che richiedono un «rimpiazzo» di cellule danneggiate come il morbo di Parkinson o l’Alzheimer.
C’è infine un’ultima contraddizione «indiretta» che riguarda specificamente i malati oncologici.
Non poter congelare l’embrione rappresenta un problema per le donne giovani affette da tumore. Un problema che purtroppo cresce di dimensioni, perché l’età di concepimento del primo figlio è oggi fra i 25 e i 35 anni e anche oltre, una fascia in cui la comparsa di tumore non è infrequente. Ora, le terapie chemioterapiche o radioterapiche comportano il rischio di indurre sterilità. Tuttavia, prima della legge 40 questo problema veniva, per così dire, aggirato: si prendevano gli ovuli della donna, li si fecondavano con il seme del marito e li si congelavano in attesa di poterli introdurre nell’utero, nel caso le cure avessero danneggiato le ovaie. Con questa legge non è più possibile: la donna che ha avuto la sfortuna di ammalarsi e non è ancora diventata mamma potrebbe anche dover rinunciare per sempre al suo progetto procreativo. Per questo la legge va abrogata e ripensata dal puntodi vista giuridico e umano.