Un gruppo di medici americani ha dimostrato che l`iniezione endovenosa di cellule staminali del cordone ombelicale dimezza la severità dei sintomi ed il bisogno d`insulina in bambini affetti da diabete mellito. Il nesso con la clonazione sta nel fatto che le staminali del cordone ombelicale provenivano dal cordone dei bimbi stessi, estratte e conservate dalla nascita in una specifica «banca». Dieci anni dopo, ogni bimbo ha ricevuto un trapianto delle proprie staminali, scevro da rischi di rigetto. Che è esattamente quello che ci si propone di fare, anche per altri organi, attraverso la clonazione. Come sapete, le nuove terapie mirano a sostituire le cellule malate di un organo con nuove cellule sane. Queste ultime devono essere prelevate da un donatore compatibile con il paziente, pena il loro rigetto ed il fallimento della terapia. Capite come questo comporta, come nel trapianto d`organo, un grosso problema, anche per la scarsità di donatori. La clonazione prevede il prelievo del nucleo di una cellula adulta del paziente – contenente il suo intero patrimonio genetico – e la sua esposizione ad un ambiente «particolare» che lo « ringiovanisce», riportandolo ad uno stato molto simile a quello embrionale. Si passa dall`avere una cellula adulta specializzata – del fegato per esempio – ad una che può produrre tutte le cellule del nostro corpo – come una staminale embrionale. Miliardi di miliardi di cellule compatibili. Strabiliante. Ma allora, da dove nasce il problema etico? Non è nel processo in sé, ma nelle modalità. Ad oggi, la clonazione è proposta implicando che l`unico approccio possibile sia «ringiovanire» il nucleo adulto mediante iniezione in un ovulo, con la creazione di un embrione, che è poi ucciso per estrarre le staminali embrionali, con fini «terapeutici». È la clonazione «terapeutica». Nella clonazione «riproduttiva», l`embrione si sviluppa fino alla nascita di un individuo identico al donatore della cellula adulta iniziale. Un clone è la Dolly. Tutti concordano che la clonazione «riproduttiva» umana è un atto abominevole, mentre quella «terapeutica» è nobile, considerate le finalità. Traduco: se vi donano e vi «impallinano» quando siete un embrione e non potete dire «ah» (non avete ancora la bocca), trattasi di atto umanitario e di nobili aspirazioni – aspirazioni, perché di terapie con staminali embrionali, donate o no, non ve ne sono. Se invece vi permettono di nascere, dopo avervi progettato a tavolino, con il rischio di grossi problemi genetici, siete un abominio e frutto del medesimo. Puro rigor logico, lo capite senza esser scienziati. Suvvia, la clonazione di un essere umano è clonazione, non importa il suffisso che, artatamente, segue. Se persino coloro per i quali il sacrificio di un embrione non è dilemma etico, sentono la necessità di distinguo scritti sulla sabbia, allora esiste un problema intrinseco al concetto stesso di clonazione, che tocca la nostra essenza più profonda di uomini: il rigetto della distruzione della vita umana, in tutte le sue forme, scritto nei nostri geni.
Il paradosso della clonazione
di Angelo Vescovi