Il medico cattolico: sì al testamento biologico

Cristiani, eppure contrari a imporre cure mediche indesiderate ai pazienti terminali. Negli ospedali di Milano li chiamano già i teoprogressisti. È una definizione coniata per indicare i medici cattolici che si oppongono all`accanimento terapeutico, che costringe i malati a restare in vita attaccati a un respiratore artificiale anche in caso di rifiuto. Principale sostenitore della tesi, destinata a fare discutere, Giorgio Lambertenghi Deliliers, presidente dell`Associazione medici cattolici del capoluogo lombardo, tra le più importanti d`Italia. Nonostante la sua fede cattolica Lambertenghi, ematologo al Policlinico, è uno strenuo sostenitore dell`importanza di lasciare ai malati la libertà di rifiutare le cure che prolungano lo stato vegetativo, in linea con quanto prevede il testamento biologico (le direttive anticipate promosse dallo scienziato laico Umberto Veronesi). «È giusto affermare il diritto del paziente a respingere le terapie che prolungano la vita artificiale – dice -. La libertà di scegliere il proprio destino in condizioni terminali non è in contrasto con la difesa della sacralità della vita: ambedue rappresentano principi fondamentali che devono regolare l`atto medico». È una posizione fuori dal coro che apre una crepa all`interno dell`Associazione dei medici cattolici italiani (Araci), nata nel 1944 anche con lo scopo di favorire l`evangelizzazione del mondo sanitario secondo i principi cristiani. Dopo il convegno di Udine sull`«Etica di fine vita», infatti, a livello nazionale si era levato un appello al Parlamento per una pausa di riflessione sul testamento biologico («Le condizioni di fine vita devono essere affrontate con una rete di cure palliative per il sollievo del dolore e della sofferenza – aveva detto l`Amci italiana-. E urgente la destinazione di risorse finalizzate alla formazione degli operatori sanitari e alla ricerca scientifica»). Milano naviga controcorrente. «Tutti insistono sull`importanza dell`indipendenza dei medici e sul ruolo di garanzia, attri- buitoci dalla Costituzione, nella tutela della salute dei cittadini – spiega Lambertenghi -. Ma non sempre possediamo la preparazione filosofica, antropologica e religiosa che ci pone al di sopra dell`autonomia decisionale del malato». Non è un via libera all`eutanasia («Tutt`altro, la questione non è neppure da mettere in discussione»): ma la posizione di Lambertenghi è un`apertura a sorpresa nei confronti del testamento biologico («Utile anche al medico per orientarsi in base alla volontà dell`ammalato»). E una nuova linea di pensiero, influenzata dal padre gesuita Carlo Casalone, vicedirettore della rivista Aggiornamenti Sociali. Già a proposito del caso Giorgio Welby, il sacerdote aveva offerto una rilettura insolita: «E molto discutibile che l` uso permanente di un respiratore artificiale, per un paziente malato da quarant` anni che ha apprezzato a lungo la vita anche in condizioni di grave disagio, possa considerarsi tra i mezzi normali che la medicina può offrire», si legge nel documento pubblicato lo scorso maggio sul sito www.aggiornamentisociali.it. Insiste Lambertenghi: «Il giudizio finale sulla sproporzione dei trattamenti va affidato all`ammalato, opportunamente e coscientemente informato da chi lo assiste. Lo dice anche l`articolo 32 della Costituzione («La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell`individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti», ndr). Scriveva Michel de Montaigne: «Chi ha imparato a morire ha disimparato a servire». Carlo Vergani, docente di Gerontologia e Geriatria all`Università degli Studi e medico cattolico dell`Amci Milano, la parafrasa così: «Vuol dire che l`uomo è diventato libero – sottolinea -. Come dice l`articolo 9 della Convenzione di Oviedo, vanno tenuti in considerazione i desideri precedentemente espressi dai pazienti terminali quando erano ancora capaci di intendere e volere». Avverte Lambertenghi: «Il malato, però, non deve essere lasciato solo nel decidere il suo destino».