Il diritto alla vita non è un privilegio che vada ribadito

la Padania
Massimo Polledri

Pubblichiamo l’articolo di Massimo Polledri, deputato della Lega Nord e primo firmatario della proposta di legge su "Disposizioni concernenti il divieto di eutanasia", tratto da la Padania di oggi.

Con l’approvazione della normativa sul biotestamento, il Parlamento ha svolto un’azione fondamentale in nome della tutela della dignità umana. Siamo stati chiamati a legiferare su una materia delicatissima e non lo abbiamo fatto per caso. A imporcelo è stata la vicenda di Eluana Englaro. In qualche modo ci è stato detto che noi siamo il Parlamento, e sulle materie non chiare è nostro dovere legiferare. È a questo dovere che ci siamo sottomessi e abbiamo ribadito valori che non sono solo cattolici ma sono condivisi perché hanno a che fare con la persona e il suo diritto alla vita. Nessun padre costituente, sia esso comunista, socialista o democristiano avrebbe mai pensato che la dignità umana potesse prescindere dalla persona e che oggi si rendesse necessario ribadire il principio di uguaglianza rispetto al diritto di vivere. Se pensiamo che ci siano vite più o meno degne di essere vissute è evidente che non crediamo che gli uomini siano uguali davanti al diritto alla vita, ma piuttosto che ci siano da una parte i privilegiati e dall’altra i reietti, quelli a cui si può dire: "Scusi, ma la sua vita forse è indegna di essere vissuta". È stato un lavoro faticoso e impegnativo ma alla fine possiamo essere orgogliosi di aver scritto una pagina importante, in continuità con coloro che hanno concepito l’articolo 32 della Costituzione, e anche su quella eredità abbiamo fondato i nostri convincimenti. Con questo provvedimento si è giocato il futuro morale e etico della convivenza civile e del Massimo Poliedri concetto stesso di solidarietà. Non solo ci si è riappropriati del fondamento vero della Costituzione che prevede la tutela della salute come diritto individuale ma anche come interesse della Repubblica. E quindi la salute non viene imposta dal medico o comandata dal suo paziente ma frutto di un loro incontro alla pari, dove ci si deve incontrare nel nome della professionalità e della libertà ma anche dell’umanità. Come si può pensare che lo Stato, che è chiamato a tutelare il diritto alla salute, possa somministrare la morte, cosa che alcuni giudici hanno pensato di poter autorizzare? Si è tentato di attentare alla tutela della salute, che peri costituenti era anche un dovere individuale… Si voleva stravolgere la prassi consolidata del rapporto di collaborazione tra il medico, il paziente e i suoi familiari, manifestazione di un sodalizio nato sotto gli auspici più nobili dei padri costituenti che hanno voluto rappresentare uno Stato che ama gli indigenti, che tutela la salute come bene della collettività e impedisce atti contro la dignità della persona. Abbiamo seguito, non inventato, un principio importante che parte dai padri costituenti, e che passa poi nel codice penale, che permea di sé la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, per poi ultimamente, essere ribadito nell’applicazione della moratoria sulla pena di morte, che descrive e che conserva quel concetto di uomo, quel concetto di umanità, quei principi che nascono da un incontro laico di una cultura cattolica e di una cultura socialista nell’articolo 32 della Costituzione, inserito non a caso nel Titolo II della prima parte della Costituzione, in nome della solidarietà, valore imprescindibile del vivere comune. In molti hanno parlato paventando medici che si accaniscono o che si accaniranno "con fili e altro" sul corpo del paziente… Non ci sono, garantisco, margini per l’accanimento terapeutico nella legge e non ci sono code alle Asl di pazienti che chiedono la morte. Ci sono le code invece di anziani e malati che chiedono servizi ma soprattutto persone che chiedono di essere amate o solo ascoltate.