IL CASO WELBY SECONDO IL CATECHISMO

di Corrado Augias
Caro Augias, vorrei ricordare due articoli del Catechismo della Chiesa Cattolica, che mi pare completino il mosaico degli elementi testuali basilari (Costituzione, Convenzione europea sui diritti dell’uomo e la biomedicina, Codice di deontologia medica e, appunto, Catechismo) che permettono di porre fine alle atroci sofferenze che, pienamente cosciente, Piergiorgio Welby deve sopportare “per una kafkiana imposizione ‘etica’ come la definisce lui stesso.

Il Catechismo, infatti, recita all’arto 2278: «L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente se ne ha competenza e capacità». Welby, che chiede il “distacco dal ventilatore polmonare”, le ha entrambe.

Il successivo art. 2279 riguarda invece la seconda richiesta da lui avanzata, “sotto sedazione terminale, se possibile orale”; dice: « L’uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile».
A giudicare da queste due affermazioni del Catechismo, nulla osta neanche da parte della Chiesa Cattolica a che Welby possa finalmente vedere soddisfatta la sua richiesta di una morte “opportuna” ma soprattutto “naturale”.

Marlis Ingenmey Pisa

Risponde Corrado Augias
Ringrazio la professoressa Ingenmey per averci ricordato che una corretta lettura del Catechismo, cioè non ottenebrata da scrupoli ideologici, consente quell’atto di cristiana carità, che Welby disperatamente chiede da settimane. Del resto non tutti i cattolici appaiono sordi come le alte gerarchie vaticane davanti a questo straziante grido di dolore.
Le comunità cristiane di base, riunite domenica a Frascati, hanno indirizzato a Welby una nobilissima lettera dove tra l’altro si legge: «E’ giusto e umano che tu possa concludere in pace la tua esperienza di vita senza che nei tuoi confronti si eserciti un accanimento non rispettoso della tua dignità. Nessuna religione o ideologia può in alcun modo costringere, in una condizione così drammatica, la tua libertà di scelta che noi, quale che sia, rispettiamo profondamente».

Pur non essendo un fedele di quella religione credo di poter scorgere in queste parole quella misericordia che rappresenta storicamente la più alta conquista del cristianesimo. L’umana tragedia di Piergiorgio Welby, così semplice nelle sue ineluttabili circostanze, si è complicata in base a ragionamenti e timori che niente hanno a che vedere con la realtà e la malattia. Si è avuta l’impressione che le gerarchie ne facessero piuttosto una questione di potere e di prestigio.

Giovanni Reale, filosofo e credente, ha rimesso la questione sui suoi giusti binari affermando: «non è lecito trasformare la sacralità della vita nella sacralità della tecnica, quasi facendo della tecnica un dio che dice: alzati e cammina». Chi davvero ama il prossimo suo non può che augurare a Welby quella pace che ha così a lungo invocato.