La scoperta dell’esistenza di cellule staminali tumorali nel tumore della mammella e la possibilità di coltivarle in vitro, da parte di un gruppo di ricercatori dell’Istituto nazionale tumori di Milano diretti dal dottor Pierotti, rappresenta un passo importantissimo nella ricerca sul cancro. Il tumore della mammella, infatti, è la principale causa di morte per le donne, anche se negli ultimi decenni sono stati fatti dei progressi importantissimi, sia nel campo della diagnosi precoce (attraverso lo screening mammografico periodico, eseguito soprattutto nelle donne con più di quaranta anni) che nel campo delle terapie. Oggi si impiegano dei trattamenti combinati , anche chemioterapici, nelle pazienti in fasi iniziali di malattia, per colpire anche le piccole metastasi che potrebbero, eventualmente, essere annidate nell’organismo. E l’adozione di queste metodiche consente la guarigione di circa sette-otto donne su dieci. Ma nonostante questi sforzi ed anche quelli del Gruppo nazionale mammella, coordinato dall’Istituto Regina Elena di Roma e formato da oltre 150 centri sparsi su tutto il territorio nazionale, che si dedicano a studi clinici volti alla ricerca dei trattamenti migliori per le nostre pazienti, ancora il 20-30% delle donne con un tumore al seno ricade nella malattia.
Per questo, una ricerca come quella svolta nel laboratorio di Pierotti (con cui noi collaboriamo da diversi anni) offre nuove speranze. L’identificazione delle cellule staminali ci permetterà infatti di identificare nel tumore le cellule progenitrici di tutte le altre, quelle da cui dipende la storia del tumore: la sua crescita, la sua diffusione, la colonizzazione di altri organi e quindi la produzione di metastasi. Averle identificate ci darà la possibilità di determinarne tutte le caratteristiche, anche molecolari, grazie alle quali potremo da una parte studiare la crescita della malattia e dall’altra sviluppare nuove tecniche diagnostiche e terapeutiche. Va detto anche che il passaggio dalla scoperta di laboratorio alle applicazioni pratiche, quelle al letto del malato, non è mai cosa breve: occorreranno forse anni, perché da una scoperta come questa possiamo trarre delle nuove terapie o delle nuove tecniche di diagnosi. Ma è su studi come questi che riponiamo molte delle speranze di vincere il cancro.
Questi studi, insieme agli studi di genomica (con i quali possiamo già identificare i geni delle cellule neoplastiche diversi rispetto a quelli delle cellule normali) e agli studi di proteomica (grazie ai quali potremo conoscere le proteine prodotte da questi geni e identificarle nel sangue anche in quantità piccolissime, facendo diagnosi ancora prima di quanto non si faccia oggi), sono oggi la nuova frontiera degli studi sulle malattie tumorali. E le cellule staminali tumorali potranno da oggi rivelare i loro segreti anche grazie a queste nuove tecniche.
*Direttore scientifico dell’Istituto Regina Elena di Roma