di Stefania Rossetti
[inline:1] Nel numero in edicola di Grazia, settimanale diretto da Maria Latella, Maria Antonietta Coscioni rilascia un’intervista ad un mese dalla scomparsa di Luca. ——- Maria Antonietta Coscioni parla al plurale e al presente. Dice: “Noi”. E intende lei e Luca, suo marito. Che è morto da poco più di un mese, anche se lei ne parla come se fosse qui, a vivere con lei. Poi si corregge, stringe gli occhi e ricomincia da capo: presente, singolare. “Aspetto la prima giornata di sole per liberare le ceneri di Luca nel mare”, dice. “Lui amava andare a vela: prima di ammalarsi saliva sul suo barchino giallo e faceva rotta verso l’isola del Giglio, è in quel tratto di mare che voglio lasciarlo andare. Voglio farlo da sola, o forse no: chiederò alle persone che lo amano. Adesso è presto. Sto solo abituandomi a prendere decisioni da sola. Sto imparando ad affrontare da sola la notte: Luca aveva paura del buio, appena scendeva il sole diventava inquieto, bisognava stargli ancora più vicino”. La casa di Maria Antonietta è piccola e quasi tutta bianca: mobili, tende, tazze impilate in cucina, divani. C’è una sola poltrona scura: è quella, ortopedica, che usava Luca, prima di essere costretto a stare giorno e notte nel suo (anzi nel loro) letto bianco. “Negli ultimi tempi Luca aveva un respiro ridotto a un soffio: doveva risparmiare aria, non ne aveva nemmeno per essere trasportato in salotto”. Lui, ammalato di sclerosi laterale amiotrofica, viveva da anni completamente immobile: comunicava con gli occhi indicando le lettere scritte a pennarello su una tabella, che adesso è lì, sulla libreria, accanto ai dvd di Hitchcock. “Molti pensano che una morte annunciata possa essere meno dolorosa o meno scioccante”, dice Maria Antonietta. “Io so che quando vivi come se ogni secondo fosse strappato alla morte, allora la morte ti sembra un cataclisma. Perché porta via una vita che hai continuamente voluto”. Luca ha lavorato fino all’ultimo giorno, era presidente del Partito Radicale, da anni si batteva a favore della ricerca sulle staminali, era candidato per la Rosa nel Pugno alle prossime elezioni (al suo posto è in lista Maria Antonietta). “Mi diceva che facevo troppe domande. Ma avevo bisogno delle sue risposte, volevo essere sicura di aver capito quel che pensava. Non vivevo da sola, vivevo con lui. Da quando è morto persino fare la spesa mi sembra strano. Prima ogni giorno andavo a comprare qualcosa di buono da mangiare. Luca era alimentato artificialmente, ma la sua presenza dava senso al fatto che io cucinassi per me. Oggi torno a casa, appoggio le borse della spesa sul tavolo, e non so più”. Maria Antonietta racconta una vita che deve ricominciare da un vuoto che non è solo affettivo: è fisico, è fattivo. E’ il non dover più spostare, lavare, nutrire, accarezzare il corpo dell’uomo che ami: “Senza Luca sono senza gambe. Adesso allontanarmi da casa dovrebbe essere più facile o, almeno avere più senso. E invece no: tutto quello che vedevo e facevo fuori di qui aveva importanza perché era la vita che avrei raccontato a Luca. Lui mi sgridava: diceva che il giorno in cui ha scoperto di essere ammalato mi sono ammalata anch’io. Ma non era una malattia: era non lasciarlo mai. Neanche quando andavo a fare un giro in bici”. Maria Antonietta è molto bella: “Ho sempre cercato di esserlo: odiavo la parte della “moglie infelice di marito paralizzato”. Luca era bellissimo, aveva un sorriso bellissimo. Aveva un profumo meraviglioso, soprattutto in punto, proprio qui, sul lato destro del collo. Andavo a cercarlo, frugando con la mia faccia in quel punto. E poi lo baciavo, lo mordevo, dicevo: “Ti mangerei”. Ci spostiamo nella stanza dove oggi Maria Antonietta va a cercare Luca: quando ha bisogno di lui. E’ lo studio: piccolo, pieno di carte e documenti. “Ci sto per molte ore al giorno, lavoro per il comitato Luca Coscioni, mi preparo alle elezioni: ma non mi piace la parte della “vedova di”: faccio quello che facevo con lui, credo nelle stesse cose, solo che ora lo faccio da sola”. Dunque Luca lo sente proprio qui, in questa stanza? “E’ qui quando ho bisogno di capire come continuare a vivere: quando invece voglio piangere vado nel nostro letto, mi metto sotto al piumone: ho freddo e sto li con lui. Da quando è morto dormo sulla sua parte, ho portato il telefono sul suo comodino, leggo con la sua lampada”. Luca Coscioni ha deciso come morire. Quando le sue condizioni si sono aggravate in medici gli hanno consigliato di sottoporsi a una tracheotomia: per permettergli di respirare e dunque di sopravvivere più a lungo. “Luca non ha voluto. E’ stata una decisione pensata molto dura: era convinto di avere ormai superato la soglia di quello che era giusto per lui. Sapevamo che questo avrebbe avvicinato la morte. Ho provato un grande dolore, ma gli ho detto: va bene. Adesso so che aveva ragione lui. Luca è morto dolcemente, quasi anestetizzato dall’anidride carbonica che il corpo non era in grado di espellere a ogni respiro. Il fiato gli mancava e io gli accarezzavo la pancia per aiutarlo a fare uscire il respiro. Gli dicevo: Luca, sono qui. Non ti posso aiutare, posso fare solo questo. Non gli dicevo addio, sapevo che lui voleva essere trattato da vivo, fino all’ultimo respiro. Era un corpo debole con un’anima forte”. Il sole sta calando: il giardino, dietro la finestra, sta diventando scuro: “Ho avuto una vita straordinaria: non posso accontentarmi di una vita qualunque. Tu mi chiedi del mio futuro senza Luca: io ti dico che lui è qui. Fin che ci sono io, lui c’è”.