In un articolo di ieri su “Il Corriere della Sera”, Lucetta Scaraffia indaga due differenti posizioni del fronte cattolico al riguardo. Salta agli occhi la confusione tra “essere umano” e “persona”, troppo spesso presente nei dibattiti bioetici. Termine descrittivo, il primo, che chiarisce l’appar tenenza di un individuo a una determinata specie; termine morale, il secondo, che attribuisce ad un individuo alcuni diritti in base a determinate proprietà. Riportando il parere dell’ex presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica Francesco D’Agostino sull’adottabi lità degli embrioni, Scaraffia ne mutua le imprecisioni: l’adozione per la nascita “non solo salverebbe delle vite umane, ma sottolineerebbe lo statuto di vita umana degli embrioni, rendendo più difficile, se non impossibile, il loro utilizzo a fini di ricerca”, e ribadendone il diritto a nascere.
“Confermare l’identità di esseri umani” agli embrioni è superfluo: nessuno nega loro l’appartenenza alla nostra specie. La questione è un’altra: quegli embrioni sono già anche persone? Il secondo parere analizzato è quello di Adriano Pessina, secondo il quale l’adozione degli embrioni “abbanddonati ” sarebbe una soluzione insoddisfacente e immorale, perché spezzerebbe il processo di maternità separando concepimento e gestazione. Meglio “staccare la spina”. Conseguenza ben strana per chi, come Pessina, accoglie la difesa ad oltranza della vita a partire dal concepimento. La frantumazione del processo di maternità finirebbe per legittimare un vero e proprio omicidio.