Giulia Bongiorno: «Il mio Sì di cattolica»

«Un giorno è venuta da me una cliente. Voleva sapere se la legge le permetteva di fare la fecondazione assistita, pur non essendo sterile ma portatrice di una malattia genetica. E’ venuta al mio studio perché la legge prevede sanzioni penali a fronte di alcune violazioni». Per I’ avvocato Giulia Bongiorno, penalista tra le più importanti dltalia, resa famosa dal processo Andreotti, il viaggio nell’inferno della legge sulla procreazione assistita comincia così, per attività professionale. Giulia Bongiorno legge e studia la legge, consulta testi e medici ed esperti e via via si fa sempre più convinta: questa legge è «un mostro». Così annuncia alla sua cliente: no signora, lei non può. E subito dopo si butta a capofitto nella campagna per il referendum: «Proprio la consapevolezza della importanza che assumeva per quella donna la possibilità di avere i requisiti per accedere alla procreazione assistita mi ha indotto ad esaminare in dettaglio la legge e a partecipare con grande convinzione alla campagna per il referendum, aderendo al comitato bipartisan “Donne per il Sì”».

Lei fa campagna per il Sì da cattolica praticante. Come è maturata la sua decisione?

La scelta è stata difficile e sofferta: ovviamente ho sentito tutto il peso delle indicazioni che sono venute dalla Cei, dunque non è una decisione assunta a cuor leggero. Non faccio parte di coloro che contestano il fatto che la Conferenza episcopale italiana abbia dato suggerimenti: al contrario credo che sia corretto che la Chiesa guidi i fedeli verso alcune scelte su temi così delicati come quelli affrontati da questa legge che tocca il problema dell’inizio della vita dell’individuo. Aggiungo però che è altrettanto corretto riconoscere la piena autonomia al cattolico che va a votare maturando una decisione diversa. La mia scelta deriva da un’analisi di coerenza giuridica dell’ordinamento: questa è una legge mostro. Allo stato attuale la legge considera l’embrione «persona» finché è in provetta ma improvvisamente e inspiegabilmente lo stesso embrione diventa «cosa» quando viene trasferito nel corpo della donna. Ne consegue che la mia cliente si trova di fronte a questo assurdo: non può fare una fecondazione assistita e la diagnosi prima dell’impianto degli embrioni perché non essendo sterile non può accedere a queste tecniche ma se restasse incinta con una fecondazione naturale e si accorgesse che il feto è portatore della sua malattia genetica, potrebbe abortire. L’embrione gode di una tutela non riconosciuta al feto. Allora, o si cancella anche la legge sull’aborto, oppure siamo a una mostruosità giuridica.

Cosa ha detto alla sua cliente?

Che non poteva fare la fecondazione assistita in Italia. Risultato: è andata a farla all’estero, perché voleva la certezza di un figlio sano. Si obietta: ma voi così volete selezionare gli embrioni. Si tralascia di dire quel che sanno tutti i biologi e ginecologi: che nella fecondazione naturale, succede spessissimo che l’ovocita fecondato non attecchisca, soprattutto quando è portatore di malattie. Migliaia di uova fecondate muoiono. Allora io credo che bisogna prendere atto che il tema è delicatissimo e la soluzione difficilissima ma per questo bisogna tenere conto anche del pensiero delle coppie che hanno patologie e soprattutto delle donne. Io non dico che ho ragione e basta, ma penso che per prima cosa sia necessario disintegrare questa legge assurda, poi riprendere un dialogo intorno a un tavolo nel quale ci siano tutti i soggetti: le donne, la Chiesa, gli scienziati.

La Chiesa ha qualcosa di più di un punto di vista, porta avanti la certezza che l’ovocita fecondato sia già un uomo e intorno a questa modella tutta la legge, il che rende la mediazione difficile. La politica italiana, lo stato, hamo la capacità di una tale mediazione?

La Chiesa ha tutto il diritto di orientare dando indicazioni, poi sta a me cattolica riflettere e eventualmente pensarla anche diversamente. Quanto alla mediazione dello stato, secondo me potrà esserci, e proprio per il successo di questo referendum.

Non è ancora vinto.

A mio parere è già vinto anzi direi stravinto: tutti parlano e discutono, sui giornali, in tv, alla radio, di una materia difficile e regolata da una legge che ha un nome estremamente complesso «procreazione medicalmente assistita». La definizione tende ad allontanare dal problema le persone: invece nessuno può esserne estraneo. Ecco perché parlo di vittoria: il fatto più grave era il silenzio di fronte una legge che incide sulla vita di moltissime coppie. Adesso invece grazie al fatto che con il referendum tutti sono chiamati a votare finalmente se ne parla. Tutti devono decidere cosa fare: quindi si informano prima di dire sì o no.

O astenersi, come vuole Ruini. A molti è sembrata strana o opportunista questa scelta di astenersi, visto che sono in ballo questioni così cruciali.

L’astensione è uno dei modi per partecipare al referendum, non mi scandalizza. Vado alla sostanza: io sono per il Sì, per tre Sì. Sulla fecondazione eterologa (quella ottenuta con seme o ovociti provenienti da un donatore o una donatrice esterni alla coppia, ndr), sono piena di dubbi Qui si tratta di bilanciare il valore della salute con quello della famiglia in senso tradizionale. Su questo tema ho necessità di capire molto di più prima di scegliere.

Dubbi condivisi da una parte dello schieramento del Sì, che però sembra dimenticare che consentire una scelta non obbliga nessuno a farla. In altri termini, se lei ha dubbi sulla fecondazione eterofoga, perché impedire a chi non ne ha di farla?

Infatti, le sto parlando di dubbi, ci sono tanti argomenti da una parte come dall’altra, dobbiamo accettare anche il dubbio. Quello che non tollero è l’indifferenza, la posizione di quanti non solo non si pronunciano ma non si interessano del problema. E una legge importante, nessuno può dire me ne infischio.

Sul referendum lei ha avuto un piccolo litigio radiofonico con il suo cliente più famoso, Giulio Andreotti. Ha sentito molte cattoliche e molti cattolici dalla sua parte, dopo la sua adesione al Sì?

Nessun litigio: anche lui ritiene essenziale modificare la legge ma preferisce arrivare al cambiamento senza l’abrogazione, io invece credo che – a prescindere dal risultato – il referendum sia stato essenziale per sensibilizzare la gente e informarla. A mio avviso senza referendum non si sarebbe cambiato nulla. Ora credo invece che ci sia la assoluta coscienza della necessità di cambiare. Comunque con il presidente Andreotti ne avevo già parlato in passato e nelle nostre diverse impostazioni si può rintracciare un comune denominatore: siamo entrambi pronti ad ascoltare con attenzione le ragioni di chi la pensa in senso opposto. Credo sia un segno di intelligenza non chiudersi a riccio nei propri convincimenti. A proposito del gruppo di donne che condividono la mia battaglia posso dire che molte hanno manifestato piena adesione alle ragioni per le quali credo si possa essere veri cattolici e votare.