
«Penso di essere nata mamma. Tutte le mie amiche approfittavano di me e mi utilizzavano come baby sitter, con mia immensa felicità. I medici avevano deciso che non avrei potuto avere bambini. Invece ora grazie all’eterologa sono incinta e vivo come in un sogno meraviglioso». La chiameremo Elena, ma non è il suo vero nome. Era molto titubante se raccontare la sua storia a lieto fine, annunciata senza dettagli prima dell’estate da Filomena Gallo, avvocato, segretario dell’Associazione Luca Coscioni. Poi ha scelto di confidarsi per lanciare un messaggio di speranza alle donne con infertilità.
Elena partorirà a febbraio i primi due gemelli i nati con la tecnica che utilizza la donazione di gameti (spermatozoi o ovociti). Gemelli made in Italy al 100 per 100. Italiana la futura mamma, 45 anni, impiegata. Italiano il centro privato romano dove si è sottoposta a un intervento di procreazione medicalmente assistita immediatamente dopo la sentenza con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il divieto contenuto nella nostra legge. Italiani sono anche gli ovociti da cui sono sbocciati i due fratellini. Ovociti donati da una studentessa di ventidue anni che ha accettato di cedere le sue cellule riproduttive per denaro. Pagata 1.000 euro, più i 1.300 per i test indicati dalle leggi europee. La compravendita da noi è vietata. Anche le linee guida per i centri emanati dalle Regioni per sopperire alla mancanza di una normativa specifica parlano di “rimborso spese”. Gli operatori romani hanno valutato che un rimborso ragionevole fosse 1.000 euro, in linea con altri Paesi europei. Non è quello che raccontiamo l’unico caso.
A Elena tutto questo non interessa. «La mia gravidanza è un dono stupendo e non fa differenza da dove sono arrivati gli ovociti, se dall’Italia o dall’estero. L’importante è che i bambini abbiano una vaga somiglianza con me».
Perché con suo marito ha scelto questa strada?
«Ho avuto problemi di salute che hanno determinato la mia infertilità. Abbiamo provato anche con l’adozione. Poi ci siamo rivolti a cliniche private dalle quali siamo fuggiti istintivamente. Abbiamo avuto la sensazione che fossero mercanti. Infine siamo arrivati in un centro che ci è piaciuto per l’umanità e la delicatezza con cui ci hanno trattati».
Come è stata la sua esperienza?
«Molto difficile per la coppia. Quando si inizia non si sa dove si andrà a finire. C’è tanta medicalizzazione. Il percorso può essere costellato di promesse e illusioni. Io le ho viste le donne che aspettavano in sala d’attesa accanto a me. Quante aspettative…».
La coppia come vive questo impegno?
«Occorre possedere una mentalità molto aperta. Ci vuole complicità, amicizia, solidità di rapporti. È una grande prova soprattutto per l’uomo che deve mettere da parte il suo ego e non porre al centro se stesso. L’unione rischia di inclinarsi ogni momento, la tensione diventa palpabile. Il mio consiglio alle donne è che non si avventurino lungo questa via se in casa manca l’armonia».
Quando è rimasta incinta ha avuto paura?
«Una folla di pensieri mi si è addensata in testa. La parte razionale di me si chiedeva, ma è giusto? La parte irrazionale scacciava via l’altra Elena e mi diceva ma che ti importa di ragionare, ti è arrivato questo regalo. Goditelo. Poi la prima ecografia, senti il cuoricino dei bebè battere. E pensi solo al futuro».

L’Associazione Luca Coscioni è una associazione no profit di promozione sociale. Tra le sue priorità vi sono l’affermazione delle libertà civili e i diritti umani, in particolare quello alla scienza, l’assistenza personale autogestita, l’abbattimento della barriere architettoniche, le scelte di fine vita, la legalizzazione dell’eutanasia, l’accesso ai cannabinoidi medici e il monitoraggio mondiale di leggi e politiche in materia di scienza e auto-determinazione.