Emma Bonino: “Vinciamo il referendum e molto cambierà nella politica italiana”

Antonella Marrone
Emma Bonino spiega perché il voto popolare irrita l’establishment politico: “Interferisce con la partitocrazia”

Emma Bonino ha iniziato la sua attività politica tra un sit-in (non ho mai amato le proteste, mi sono sempre sforzata di fare proposte) , un arresto e una campagna referendaria. Si parlava di aborto. Era il 1975, gli anni delle manifestazioni del movimento radicale per i diritti civili, lei era una militante del C.I.S.A, il Centro per l’informazione sulla sterilizzazione e l’aborto che aveva aperto in Italia diverse “cliniche” clandestine dove si aiutavano ad abortire le donne che non potevano permettersi di pagare sottobanco gli aborti con i “cucchiai d’oro” in Italia, né le cliniche di Lugano e Londra. Con Adele Faccio e Gianfranco Spadaccia si autodenuncia per procurato aborto e si autoconsegna alle autorità giudiziarie. Un anno dopo, a 28 anni, viene eletta nelle file del Partito Radicale. La storia del partito radicale, com’è noto, è costellata di referendum.

Dal 1974 al 2000 ne hanno promossi 140 referendum. Ne sono stati vinti 17, persi 9, 16 non hanno raggiunto il quorum, 47 sono stati dichiarati inammissibili dalla Corte Costituzionale, 43 non hanno raccolto le firme necessarie, 8 non si sono svolti per altri motivi istituzionali. Il 12 e il 13 giugno prossimi saremo chiamati ad altri 4 referendum. Qualcuno vi dirà che i quesiti sono troppo complicati o che non se ne può più di andare a votare o che è meglio astenersi perché su queste materie non possiamo pronunciarci noi cittadini. Qualcun altro vi dirà di agire secondo coscienza ossia fate un po’ come vi pare, tanto il referendum non interessa nessuno.

“Io penso, invece, – dice Emma Bonino – che può interessare e molto i cittadini, se il messaggio che ci sono dei referendum e di che cosa trattano riesce ad arrivare alla gente: ma ad oggi, da un sondaggio di “Panorama” risulta che il 55% dei cittadini ignora la materia sulla quale è chiamata ad esprimersi, sicché, proseguono gli autori del sondaggio, se sommiamo l’astensionismo fisiologico all’informazione televisiva pressoché inesistente, all’appello dei vescovi per il non voto, il quorum necessario per rendere valida la consultazione difficilmente sarà raggiunto. Eppure questi quesiti rappresentano la possibilità di poter fare scelte individuali in campi come quello della maternità e della salute, in cui nessuno può scegliere per voi. Se vogliamo dire la verità, non interessa ai partiti, vedono il referendum come fumo negli occhi, un qualcosa che destabilizza, che interferisce con i compromessi. L’antipatia referendaria è una costante nel nostro paese, già dalla legge istitutiva, che – vale la pena ricordare – fu promulgata con 20 anni di ritardo, solo nel 1970, e per determinazione della allora Democrazia cristiana, determinata ad abrogare per via referendaria la legge sul divorzio. Tutte le obiezioni sono vecchissimi luoghi comuni. Sarà per questo che a volte ho l’impressione di invecchiare senza che cambi niente.

Domanda essenziale. Che cosa è per lei un referendum?

Un grande elemento di partecipazione, di cambiamento o di verifica di atti parlamentari. Nel nostro sistema ci sono tutti gli strumenti perché non sia plebiscitario né populista. E’ in un certo senso uno strumento legislativo.

Si parla di riformare le regole per la promozione e lo svolgimento del referendum: abolire il quorum, aumentare le firme per la richiesta. Che ne pensa?

Non andremo da nessuna parte. Le riforme sarebbero doverose. Ci sono in particolare due proposte che aspettano da molto tempo. La prima spostare il giudizio della Corte all’inizio della raccolta firme, ossia che si dica se il quesito è costituzionale o meno quando c’è già un dato consistente nella raccolta, e non alla fine della campagna. L’altra, la più importante, è il quorum, un istituto che non esiste in nessuna parte del mondo. Se alle elezioni politiche vota il 30%, il voto è valido, giusto? Il quorum va abolito: decidono i cittadini che si impegnano e vince chi vince. Invece oggi, gli indifferente o i “furbi” o i moderni Ponzio Pilato, ovvero quelli che vanno al mare, hanno il potere di condizionare la vita degli altri. Detto questo, non credo che nel nostro paese ci siano i margini per queste modifiche, per una ragione di fondo, che è politica oltre che, come amiamo dire noi, partitocratica, e cioè lo strumento del referendum irrita profondamente l’establishment politico.

C’è chi sostiene che il referendum va bene solo per le grandi questioni di coscienza.

Beh, è singolare, visto che quando arrivano i grandi quesiti di coscienza, come i referendum attuali, non vanno bene neanche quelli. Vorrei ricordare che per la nostra Costituzione il cittadino ha due schede, quella elettorale e quella referendaria. E non ci sono limiti ai quesiti tranne che per quanto riguarda la materia fiscale, i trattati internazionali, l’amnistia e l’indulto.

Lo spirito della Costituzione e del dibattito costituzionale è stato quello che vede la nostra come una democrazia parlamentare con un sistema “correttivo