Le donne e i medici – quei pochi medici pietosi che non hanno mai smesso di applicare la legge 194 e di praticare aborti – certe cose le sanno molto meglio dei politici. Per esempio sanno che spesso c’è ben poco da restituire, dopo un’interruzione di gravidanza. Che quei resti del feto a cui ora, secondo un nuovo regolamento della Regione Lombardia, si intenderebbe fare il funerale e dare sepoltura, con il metodo Karman in genere vanno a finire in un unico vaso, insieme ai resti di altri aborti. Molto triste, ma è così. Che cosa si dovrebbe fare, allora? Spartirli equamente tra le pazienti? Darne a ciascuna un quinto, un decimo, perché possa provvedere a inumarli, con una prece? La spietatezza della politica è questa: che parlando spesso a sproposito di embrioni e feti, antepone se stessa e le sue logiche ai problemi dei governati, pianta le sue bandiere nella carne viva della gente.
Il nuovo regolamento della Lombardia, approvato all’unanimità – anche dall’opposizione, che ora tenta una difficile e imbarazzata marcia indietro – prevede che per tutte le interruzioni di gravidanza, volontarie o meno, la direzione sanitaria dell’ospedale richieda ai genitori se vogliano riavere il feto per dargli sepoltura. Nel caso i genitori non lo chiedano, l’inumazione spetterebbe allo stesso ospedale: e chi vi provvederà, concretamente? Pagheremo degli addetti? O sarà il Movimento per la Vita a farsene carico, con dei “volontari della sepoltura”?
Fin qui la legge prevedeva che i feti abortiti tra la 20a e la 28a settimana, quindi gli aborti “naturali” e quelli terapeutici, venissero inumati, mentre entro la 20a settimana venivano bruciati nell’inceneritore dell’ospedale. Ora invece anche i feti sotto i cinque mesi, la gran parte dei quali sotto i tre – limite temporale per l’Ivg non terapeutica – dovranno essere sepolti.
Esprimendo soddisfazione per la novità, il governatore Formigoni ha precisato: “Non ne voglio fare una questione ideologica. E’ una questione di dignità del feto.”. Dunque d’ora in poi potrebbe andare così: che una donna, sempre più spesso una straniera, trova con fatica un ospedale che la faccia abortire. Fa tutta la dolorosa trafila, compresi i colloqui con lo psicologo, e alla fine le chiedono anche se vuole indietro il feto per il funeralino. Che è come dirle: signora, lei è un’assassina, uccide il suo bambino, ma se vuole potrà pur sempre portargli i fiorellini sulla tomba. Se lei dice di no, provvederà l’ospedale. Non è difficile immaginare che, come già avviene e ancora di più, per evitare il percorso a ostacoli molte donne si rivolgeranno alle mammane e, chi può, ai cucchiai d’oro: per i feti è lo stesso, per le donne molto peggio.
Per una cospicua parte della nostra politica, dunque, ma anche per quei politici distratti e irresponsabilmente disinformati che non capiscono nemmeno che cosa stanno votando, fare il maggior male possibile alle donne appare come la strada maestra per ridurre gli aborti, obiettivo peraltro condiviso da tutte e da tutti. Non l’informazione, dunque, non una buona politica contraccettiva (l’arrivo delle immigrate ripone con forza la questione), ma la colpevolizzazione e il terrore. Ma non è aumentando il male che gli aborti diminuiranno, né diminuendolo che aumenteranno. L’aborto non è un “vizio” che va disincentivato, è un fatto doloroso e violento della vita delle donne, che ricacciato nell’oscurità e nella colpa si riproduce e cresce.
Il regolamento della regione Lombardia non è “ideologico”? Certo che lo è, figlio primogenito dell’articolo 1 della legge 40 sulla fecondazione assistita, che attribuendo diritti “al concepito” gli conferisce statuto di persona. Passata la bufera dei Pacs, la legge 40 sarà probabilmente il nuovo tema biopolitico su cui il Parlamento si eserciterà: alcuni esponenti del governo hanno già preannunciato l’intenzione di rivederne il testo. L’idea di seppellire i feti potrebbe essere una manovra preliminare alla nuova battaglia. Per poi puntare dritto, appena possibile, alla legge 194, da sempre il Graal di tutti quelli che non vogliono l’aborto gratuito e assistito. Le donne, invece, semplicemente, non vorrebbero più abortire. Nessuno, credete, è più antiabortista di loro.