Per Eluana ha già deciso il corso degli eventi

di David Bidussa
Intorno alla vicenda di Eluana Englaro si sta disputando da settimane un confronto politico abbastanza definito, intorno all’idea di vita e di morte. Da una parte stanno i difensori di un’immagine del rapporto vita-morte come parte di un solo disegno complessivo, dall’altra i sostenitori di una decisione individuale. L’idea dei primi è che nessuno alla fine è il proprietario della vita, ma si trova a farne un"‘usucapione", e dunque non decide quando e se interromperla. Per i secondi esiste un diritto alla vita, che implica e contiene anche un giudizio sulla qualità della propria vita su cui si decide, in lucidità, se continuare oppure fermarsi.
Fin qui si potrebbe dire questa discussione rientra in una disputa teorica tra paradigmi culturali che hanno sempre avuto enormi problemi di coabitazione e di confronto e che in quest’epoca sembrano destinati ad allontanarsi, anziché incontrarsi. E per certi aspetti anche il tono della discussione pubblica (in merito al significato di "lungo periodo vegetativo" e dunque come si possa quantificare questa condizione: se in settimane, mesi, anni) sembra ancora riproporre quello scenario.
Nella vicenda di Eluana, tuttavia quello scenario da tempo non è più, se ne è sostituito un altro e con questo nuovo scenario nessuno concretamente vuole misurarsi, perché questo implicherebbe il ribaltamento del modo stesso in cui finora quella vicenda si è presentata sulla scena pubblica. Al centro della vicenda di Eluana Englaro – così come fu per il caso Welby – al centro di tutto sta un corpo, o meglio ciò che resta delle attività motorie e percettive di un corpo. A differenza del caso Welby, che ancora parlava e dunque il confronto era diretto sulla sua richiesta, in questo caso noi non abbiamo visto un corpo, abbiamo visto immagini, foto di una vita che fu. Ma non sappiamo, né qualcuno ha mai detto, che cosa ne è di quella persona nel suo corpo attuale.
Per certi aspetti è un fatto positivo: perché la spettacolarizzazione del corpo, lo sguardo morboso sulla trasformazione e sulla degenerazione fisica sarebbe l’ultimo spregio a una persona che oggi non è in grado di difendersi, che lo è solo attraverso le scarne parole dei suoi genitori i quali, credo per senso della misura, per discrezione, e comunque per una tendenza alla riservatezza quando si soffre davvero, hanno fatto in modo che di Eluana ci fossero le immagini di prima e non quelle di ora.
Ma per altri aspetti questa condizione di cui discutiamo senza un’immagine di ora, ma con l’immagine ferma di un tempo che fu, è uno dei meccanismi che si affermano come retorica persuasiva contro qualsiasi decisione, con l’effetto che non prendere una decisione oggi sul caso Englaro, non significa sospendere il giudizio o darsi del tempo. Significa semplicemente decidere di continuare come negli ultimi sedici anni. Perché anche in questo caso si dà sofferenza, dimensione degenerativa. Ma noi non vediamo tutto questo e, siccome non vediamo, lo spettro della decisione rimane tra la morte e la idealizzazione iconografica di un’immagine di una vita che fu. Su questo scarto pesa la sensazione di decidere della vita di qualcuno.
Una sensazione impropria, perché il corso delle cose ha già deciso. Ma per certi aspetti, e involontariamente, in un eccesso di sensibilità che dichiara la "sacralità della vita" comunque, ciò che si afferma è la dimensione pagana del corpo, ora di un corpo che nella memoria rimane quello di una vita passata, atletico, sorridente e che non siamo in grado di immaginare altrimenti. E su cui, ovviamente, non si decide. Come si fa a decidere su un’icona, a lasciarla andare, tralasciando di domandarsi che cosa sia la sua la vita reale?