Ci sono volte in cui si è chiamati a prendere una decisione su cose che toccano nervi oscuri, inconsapevoli. Accade spesso allora, che il filo che lega la coscienza individuale alla concretezza dei problemi rischi di perdersi in percorsi strani e tortuosi, temporeggiando, cercando alibi. Quale rifugio migliore di una coscienza collettiva, in cui la stasi di fronte ai dubbi, alle paure, alle legittime diffidenze rimbalza dall’uno all’altro, rafforzandosi come un suadente e famigliare eco?
Niente di male, per carità, se non quando il gruppo diventa fronte, impermeabile a ciò che resta all’esterno ed altrove, a quello spazio cioè dove il concreto dei problemi da risolvere rimane confinato. Un gruppo siffatto dell’altrove non guarda altro che le definizioni che ne ha dato respingendolo come qualcosa di altro da sé, su cui crede di non esercitare peso e di cui crede di non dover render conto. Non accade quasi mai così però, anche quando si crede di potersi alienare astenendosi, le cose succedono, con conseguenze, queste si, collettive, di cui ciascun di noi, piaccia o no, è tenuto a partecipare. E’ stato ed è così in molteplici tragici eventi del passato e del presente, e la strategia di astenersi dal partecipare, in nome di purissimi ed astratti valori, come la Pace e la Vita, ha troppo spesso innaffiato guerra e morte per essere credibile. La vita è poco astratta e la scelta dei valori la impone giorno per giorno, minuto per minuto, costringendo alla fatica di tenere gli occhi aperti e fissi sull’altrove, di vigilare, di chiamare con coraggio le cose col loro nome, anche di fronte agli insulti. I prossimi referendum sulla cosiddetta fecondazione medicalmente assistita sono esattamente questo: un momento in cui il valore è possibile trovarlo solo con gli occhi fissi sulla concretezza dei problemi di migliaia di donne e uomini. E’ tristemente curioso come anche su questo si riproponga il frontismo. Ieri da una parte c’erano i “guerrafondai