Risposta a «Avvenire» Mi pareva di aver già scritto a sufficienza sui referendum che vorrebbero modificare radicalmente la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. E mi pareva di averlo fatto «senza scossoni né piagnistei», come ha dichiarato il cardinale Ersilio Tonini, che ritiene la collaborazione di opinionisti cattolici in organi di informazione laici un fatto estremamente positivo, citando ad esempio – bontà sua – «la preziosa presenza di don Zega sulla Stampa» (Verona Fedele dell’8 maggio). Della legge 40 ho parlato prima e dopo la sua approvazione in Parlamento, condividendo il giudizio che si tratta di una legge né cattolica né perfetta, ma perfettibile come tutte le leggi. Figlia di un compromesso tra le varie istanze rappresentate in Parlamento, essa è tuttavia un passo avanti rispetto al vuoto legislativo e al caos procreatico in cui l’Italia è vissuta per troppi anni. Voluto da una minoranza rumorosa, il referendum ne pretendeva l’abrogazione totale, ma è stato poi condensato dalla Corte costituzionale nei quattro quesiti sui quali i cittadini sono chiamati a pronunciarsi il 12-13 giugno. Non ho mai espresso dubbi sul merito: sul fatto cioè che i cattolici italiani debbano respingere il tentativo di svuotare dal di dentro la legge, prima ancora di poterne verificare l’efficacia. Tantomeno dubito del diritto dei responsabili della Chiesa italiana di esprimere il loro dissenso e di mettere in guardia i cittadini, credenti e non, sia sull’inopportunità del referendum come tale, sia sulla capziosità delle quattro proposte abrogative. Ho soltanto manifestato il fastidio, che non è solo mio – e lo sa bene il maestro con la matita blu, arruolato da Avvenire per sgridare quanti non condividono il «pensiero unico» del quotidiano dei vescovi – per il modo in cui è stata impostata la campagna per l’astensione, giudicata la sola via praticabile per battere la protervia dei referendari: prima ancora che si cominciasse a discutere e senza dare il giusto peso al confronto, da un lato, e alla libera determinazione delle coscienze, dall’altro. Perché astenersi sarebbe più nobile che battersi per il no a viso aperto? Perché si vuole «vincere» una volta tanto il confronto con «gli altri»? Ma la Chiesa è chiamata a motivare le coscienze, a rendere consapevoli i fedeli di fronte a scelte fondamentali, a convincerli con tutti i mezzi a sua disposizione, con la libertà che le spetta e che in Italia le è pienamente riconosciuta; ed anche con la testimonianza di quanti ne seguono gli insegnamenti, pur volendo serenamente partecipare alla dialettica democratica del loro Paese. Al mio censore, Tommaso Gomez (Avvenire, 21 maggio) sono dunque costretto a ripetere che valuto l’astensione un’utile e saggia via d’uscita, istituzionalmente legittima, tanto più valida se maturata dopo aver assunto corrette informazioni e in piena libertà di coscienza. Non me la sento tuttavia di bollare come cristiani anomali o peggio «alleati del nemico» coloro che scelgono di andare a votare per esprimere il loro no. Il mio orientamento di voto, infine – curiosità somma del signor Gomez – è un sì e un no: sì alla libertà di coscienza, no ai quesiti referendari.
Don Leonardo Zega: Chi va a votare non è cristiano «anomalo»
Leonardo Zega